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Mai soli

Introduzione

Ci sono esperienze che non si dimenticano. Ritornano nel cuore con la stessa intensità di quando sono state vissute e, con il passare degli anni, sembrano assumere un significato più profondo. Per tanto tempo un sogno ha accompagnato le mie notti. Era sempre lo stesso. Camminavo lungo una strada e, ai miei piedi, trovavo delle piccole monete sparse a terra. Non erano molte, ma bastavano ad attirare il mio sguardo. Ne raccoglievo una, poi un’altra, e subito ne compariva un’altra ancora, come se quelle piccole monete tracciassero un percorso da seguire. Io continuavo a camminare, guidata da quella misteriosa scia.

Al mio risveglio quel sogno rimaneva impresso dentro di me. Mi domandavo perché tornasse così spesso e quale messaggio volesse affidarmi. Per molto tempo non trovai una risposta. Compresi però che Dio, spesso, parla con delicatezza, attraverso segni che inizialmente non comprendiamo. Solo con il passare degli anni ho iniziato a vedere quelle monete non come una ricchezza materiale, ma come i piccoli doni della Provvidenza: quei segni discreti con cui il Signore guida i nostri passi, molte volte attraverso i suoi angeli, silenziosi compagni di viaggio.

Questo libro nasce proprio da quel cammino. Non vuole essere un trattato sugli angeli, ma il racconto di incontri, esperienze e coincidenze che hanno illuminato la mia vita e mi hanno fatto comprendere che il Cielo è molto più vicino di quanto immaginiamo. Ogni episodio sarà accompagnato dalla Parola di Dio, perché è nella Sacra Scrittura che gli angeli rivelano la loro vera missione: essere messaggeri del Signore, custodi dei suoi figli e servitori del suo disegno d’amore.

Se queste pagine aiuteranno anche una sola persona a riconoscere i piccoli segni della presenza di Dio nella propria vita, allora il cammino iniziato tanti anni fa, seguendo una scia di piccole monete, avrà trovato il suo compimento.

Capitolo I — Gli angeli: un sogno che mi ha portato a cercarli

Dopo quel sogno ricorrente, con il passare degli anni sentii nascere dentro di me una domanda che non mi lasciava più in pace: gli angeli sono davvero presenti nella nostra vita, oppure appartengono soltanto ai racconti della Bibbia? Non cercavo fenomeni straordinari. Cercavo una risposta.

Cominciai allora a leggere la Sacra Scrittura con occhi diversi. Mi accorsi che gli angeli non sono figure decorative del presepe, per quanto bellissime, né personaggi da immaginare con grandi ali bianche. Sono messaggeri di Dio. Appaiono nei momenti decisivi della storia della salvezza, quando il Signore vuole incoraggiare, guidare, proteggere o richiamare l’uomo alla sua

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volontà. Fu una scoperta sorprendente. Gli angeli accompagnano Abramo, liberano Lot, sostengono Elia nel deserto, annunciano la nascita di Giovanni Battista e quella di Gesù, confortano Cristo nel Getsèmani e sono presenti persino davanti al sepolcro vuoto, il mattino della Risurrezione.

Mi colpì un particolare: notai che gli angeli non attirano mai l’attenzione su se stessi. Indicano sempre Dio.

Compresi allora che forse anche nella mia vita erano passati in punta di piedi, lasciando soltanto piccoli segni, proprio come quelle monete del sogno. Segni che allora non comprendevo, ma che oggi riconosco come inviti ad avere fiducia nella Provvidenza. Da quel momento iniziai a custodire ogni episodio che sembrava raccontare la discreta presenza del Cielo nella mia vita. Alcuni erano semplici coincidenze, altri difficili da spiegare. Tutti, però, mi conducevano verso Dio. Ed è da questi episodi che nasce questo libro.

Ripensando alla mia infanzia e alla mia adolescenza, mi accorgo che il sogno delle monete non è stato un episodio isolato. Forse era soltanto il punto da cui Dio voleva farmi iniziare a rileggere tutta la mia vita. Già da ragazzina accadevano fatti che allora consideravo strani, ma ai quali non attribuivo un significato particolare.

Ero una studentessa come tante. Sapevo solo che amavo scrivere e che la mia materia preferita era, senza ombra di dubbio, l’italiano. Soprattutto nei temi sapevo sempre che cosa scrivere, e spesso, fin dalle elementari, capitava che la maestra volesse leggere i miei componimenti alla classe. Allora per me non era semplice. Ero una bambina timida, che non avrebbe mai voluto attirare l’attenzione: figuriamoci leggere il mio tema davanti a tutti. Spesso sarei voluta scappare via, ma alla fine l’insegnante, con la sua dolcezza, mi convinceva a restare. Ero comunque una studentessa che studiava, faceva i compiti e affrontava le interrogazioni con l’impegno che ogni ragazza mette nel desiderio di fare bene.

Eppure, qualche volta, succedeva qualcosa che ancora oggi mi lascia pensierosa. Mentre studiavo, sentivo nascere dentro di me un pensiero molto chiaro. Non era una voce che udivo con le orecchie, ma una luce interiore, un’intuizione dolce e discreta che mi suggeriva di aprire un determinato libro o di leggere un argomento diverso da quello assegnato. Non sempre comprendevo il motivo di quella spinta. Eppure, quasi senza rendermene conto, seguivo quell’ispirazione.

Il giorno dopo, entrando in classe, accadeva qualcosa di sorprendente. L’insegnante iniziava proprio da quell’argomento che avevo letto, quasi per caso e senza alcuna spiegazione, la sera precedente. Partecipavo alla lezione con naturalezza, rispondendo alle domande e intervenendo nella spiegazione. Ricordo ancora lo stupore della mia professoressa: «Ma come fai a conoscere già queste cose? Questo argomento non l’abbiamo ancora affrontato». Io sorridevo, ma dentro di me non sapevo rispondere. Non potevo certo dire che, la sera prima, avevo sentito nel cuore una misteriosa spinta ad aprire proprio quelle pagine. Allora non cercavo alcuna spiegazione: accoglievo quei piccoli episodi con semplicità. Solo molti anni dopo ho iniziato a chiedermi se il Signore, nella sua infinita delicatezza, non stesse già educando il mio cuore ad ascoltare la sua voce.

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Un altro episodio è rimasto impresso nella mia memoria. Una mattina entrai a scuola come sempre. Mentre percorrevo il corridoio, sentii improvvisamente nel cuore un pensiero chiarissimo: «Oggi la professoressa di italiano non verrà». Rimasi quasi sorpresa da quella certezza e subito cercai di allontanarla. È impossibile , mi dissi. Non era mai capitato che quella insegnante mancasse, tanto che spesso commentavo con i compagni come la sua presenza costante fosse per noi una grande rassicurazione: era sempre stata puntuale, preparata, presente.

Entrai in classe e mi sedetti al mio posto. Passarono pochi minuti. La porta si aprì e, con nostro grande stupore, entrò il bidello che con naturalezza annunciò l’assenza della nostra insegnante preferita. Per un attimo il tempo sembrò fermarsi. Come avevo saputo di quell’assenza? Era stata soltanto una coincidenza? Oppure Dio, nella sua bontà, aveva permesso che il mio cuore percepisse qualcosa che ancora non sapevo spiegare? Non trovai una risposta.

E forse non era nemmeno necessario trovarla.

Con il passare degli anni compresi che la fede non consiste nell’avere spiegazioni per tutto, ma nel riconoscere che Dio può parlare al cuore umano nei modi più semplici e discreti, anche a piccole creature come me. Quelle intuizioni non arrivavano quando le cercavo. Anzi, comparivano proprio quando non me le aspettavo. Non facevano rumore, non chiedevano attenzione. Arrivavano con la delicatezza di una brezza leggera e, quasi sempre, soltanto dopo mi accorgevo che erano state vere.

Oggi, guardando indietro, non posso affermare con certezza quale fosse l’origine di quelle ispirazioni. La Chiesa insegna che è necessario discernere ogni esperienza interiore e non attribuire con leggerezza a Dio o agli angeli ciò che percepiamo nel cuore. Posso però dire una cosa con assoluta sincerità: quei piccoli segni hanno alimentato in me il desiderio di cercare Dio con tutto il cuore. E se questo libro è nato, è anche grazie a quelle misteriose carezze che hanno accompagnato il mio cammino fin dalla giovinezza.

Forse gli angeli operano proprio così. Non cercano di stupirci. Ci prendono per mano senza che quasi ce ne accorgiamo e, passo dopo passo, ci conducono verso Colui che è la sorgente di ogni luce: Dio.

«Chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre» (Sal 125,1).

Capitolo II — Gli angeli esistono davvero?

Questa domanda, crescendo, iniziò ad abitare il mio cuore dopo quel sogno che tornava a visitarmi con insistenza. Non era una semplice curiosità: sentivo che dietro quel sogno si nascondeva un invito, una chiamata a mettermi in cammino. Avrei potuto ignorarla. Del resto, la vita quotidiana è piena di impegni, di problemi, di pensieri che finiscono per soffocare le domande più profonde. Eppure quella domanda, nel tempo, tornava sempre, quasi bussasse delicatamente alla porta della mia anima.

Fu allora che decisi di cercare.

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Aprii la Bibbia più volte, non con l’intenzione di studiarla come un libro di storia, ma con il desiderio di ascoltare ciò che Dio voleva dirmi. Ogni pagina sembrava illuminare quella ricerca.

Scoprii che gli angeli non sono i protagonisti della storia della salvezza: ne sono i servitori, messaggeri fedeli, inviati per custodire, guidare, incoraggiare e sostenere il cammino dell’uomo. Più leggevo, più comprendevo che la presenza degli angeli attraversa tutta la Sacra Scrittura. Dalla Genesi all’Apocalisse essi appaiono come discreti compagni di viaggio dell’umanità: non cercano mai gloria per sé, eppure la loro presenza non è mai casuale. Quando Dio chiama Abramo a fidarsi della sua promessa, gli angeli accompagnano il cammino della sua famiglia.

Quando Lot deve essere salvato dalla distruzione di Sòdoma, sono gli angeli a prenderlo per mano e a condurlo fuori dal pericolo. Quando Giacobbe fugge, stanco e impaurito, sogna una scala che unisce il cielo e la terra, percorsa dagli angeli che salgono e scendono: un’immagine meravigliosa, che ci ricorda come il cielo non sia lontano dall’uomo.

Nel libro di Tobia incontriamo l’arcangelo Raffaele, che si presenta come un semplice compagno di viaggio. Solo alla fine rivela la propria identità, insegnandoci che gli angeli operano con umiltà e discrezione. Il profeta Elia, scoraggiato nel deserto e ormai senza forze, viene destato da un angelo che gli offre una focaccia e un orcio d’acqua, dicendogli: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» (1Re 19,7). Quante volte anche noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci ridoni speranza!

Con il Nuovo Testamento la presenza degli angeli diventa ancora più luminosa. È l’arcangelo Gabriele ad annunciare a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista e, poco tempo dopo, a portare a Maria l’annuncio che avrebbe cambiato la storia: il Figlio di Dio si farà uomo. Nella notte di Betlemme gli angeli riempiono il cielo di lode, invitando i pastori ad andare incontro al Salvatore.

Essi servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto, lo confortano nell’agonia del Getsèmani e annunciano alle donne che il sepolcro è vuoto: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto» (Mt 28,5-6). Meditando questi episodi, compresi una verità semplice e profonda: gli angeli non cercano mai di attirare l’attenzione su di sé. Ogni loro parola, ogni loro gesto, ogni loro missione conduce a Dio.

Fu questa la lezione più bella che imparai dalla Bibbia.

Gli angeli non chiedono mai di essere ammirati, ma ci aiutano a riconoscere la presenza del Signore nella nostra vita. Forse è per questo che spesso operano nel silenzio. Non fanno rumore, non si impongono, non cercano applausi. Sono come una luce che illumina il cammino senza pretendere di essere guardata.

Questa scoperta cambiò lentamente anche il mio modo di guardare la vita. Cominciai a chiedermi quante volte il Signore avesse operato nella mia storia attraverso persone, incontri, parole o avvenimenti che avevo definito semplici coincidenze. Forse non erano coincidenze.

Forse erano carezze della Provvidenza, che solo ora comincio a comprendere. Forse…

Iniziai pertanto a custodire nel cuore ogni piccolo episodio che sembrava parlare del Cielo.

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Ancora non sapevo che, giorno dopo giorno, Dio stava scrivendo nella mia vita le pagine di questo libro.

Ogni esperienza, ogni domanda, ogni piccolo segno che allora custodivo nel cuore senza comprenderlo pienamente sarebbe diventato un tassello di un disegno più grande.

Se oggi queste pagine vedono la luce, non è perché io abbia qualcosa di straordinario da raccontare, ma perché sento il bisogno di dire grazie.

Grazie al buon Dio, che mi ha amata con una pazienza infinita anche quando non comprendevo i suoi tempi, quando dubitavo, quando non riuscivo a riconoscere la sua presenza nella mia vita.

È il mio grazie al Signore per l’amore con cui mi ha cercata, per la salvezza che continuamente mi offre e per la misericordia con cui non si è mai stancato di aspettarmi.

«Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105).

Queste parole del salmista mi tornarono più volte in mente, e mi resi conto che quella lampada era già nelle mie mani: la Sacra Scrittura. Il salmo non parla di un faro che illumina tutta la strada, ma di una lampada. Una lampada illumina il passo successivo, non l’intero percorso. Ti invita a fidarti, a camminare anche quando non vedi ciò che ti attende più avanti.

Così il Signore ha agito con me. Non mi ha svelato fin dall’inizio il significato di quei sogni e di quelle piccole esperienze che negli anni sono diventate sempre più numerose e che, in qualche modo, avevano segnato positivamente la mia giovinezza.

Ormai la lettura della Bibbia era diventata per me un compagno di viaggio che a volte sembrava rispondere ai mille interrogativi che mi ponevo davanti alla vita.

Ancora oggi, quando il cuore si riempie di domande davanti ai drammi del nostro tempo, ritorno con la memoria a un sogno che mi ha profondamente segnata.

Mi interrogavo spesso sul perché di tanta sofferenza e di tanti disastri che sembrano appesantire il nostro quotidiano. Mi domandavo se tutto questo non turbasse Dio e, soprattutto, perché il suo silenzio mi apparisse, a volte, così difficile da comprendere. Una notte, senza averci pensato minimamente durante il giorno, feci un sogno. Vidi una mia conoscente, ammalata da molti anni. Accanto a lei sedeva una figura maestosa, di una bellezza indescrivibile. La sua presenza infondeva pace. Tra le mani teneva un grande libro di colore marrone, custodito con la delicatezza con cui si stringe un bambino. Leggeva ad alta voce quelle pagine, mentre la donna lo ascoltava con attenzione e con un’espressione serena, quasi compiaciuta.

Io, però, pur osservando la scena, non riuscivo a udire nemmeno una parola.

Fu allora che una figura che mi accompagnava silenziosamente, e della quale distinguevo appena alcuni lineamenti, mi invitò ad avvicinarmi. Quando fui abbastanza vicina, la figura che leggeva sollevò leggermente il libro. Al centro della copertina apparve chiara una scritta dorata, luminosa: «Sacra Scrittura».

In quell’istante il sogno terminò. Al risveglio, però, nel cuore continuavo ad avvertire una voce

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dolce e insistente che ripeteva con chiarezza un nome: «Abacuc, Abacuc».

Non ne capivo il motivo. Quel nome non mi diceva nulla di particolare. Mi alzai e iniziai la giornata come sempre, senza dare troppo peso al sogno che avevo fatto quella notte.

Solo la sera quel ricordo riaffiorò improvvisamente. Presi la Bibbia e cercai il libro del profeta Abacuc. Fu una sorpresa che ancora oggi porto nel cuore.

Quelle pagine sembravano rispondere proprio agli interrogativi che mi tormentavano e che spesso, anche senza accorgermene, reprimevo dentro di me: il mistero del male, l’apparente silenzio di Dio, il dolore degli innocenti, la violenza che attraversa la storia. Erano le stesse domande che io avevo rivolto nel segreto del cuore.

In Abacuc ho ritrovato il grido dell’uomo che non tace davanti a Dio, ma gli parla con sincerità, con fatica, con fede. E ho compreso che Dio non è lontano: ascolta, risponde, sostiene, anche quando il tempo è oscuro. Da questa esperienza è nato in me il desiderio di approfondire questo profeta. Studiandolo sono emerse riflessioni che ho poi condiviso con i confratelli dei Servi. Un frate, accogliendo con semplicità il mio racconto, lo ha rilanciato durante il nostro incontro di fraternità.

Questo gesto, per me, è stato segno concreto della cura di Dio, che mi ha donato fiducia, incoraggiamento e la certezza che ciò che il Signore semina in noi non è mai solo per noi.

Credo davvero che Dio parli ai piccoli, a chi si sente fragile, a chi non ha risposte pronte ma continua a cercarlo. E so che, anche se tutto sembra gridare dolore, Dio resta fedele e mette sempre sul nostro cammino persone che ci aiutano a riconoscerlo.

Compresi allora che Dio non sempre risponde nel modo che ci aspettiamo. Talvolta non offre spiegazioni immediate, ma ci conduce alla sua Parola, perché sia essa stessa a illuminare il nostro cammino. Quel sogno non mi consegnò risposte già pronte: mi indicò dove cercarle. E mi insegnò a seguire l’esempio del profeta che, pur portando i miei stessi interrogativi, mostrava una fiducia straordinaria in Dio. Da quel giorno, ogni volta che il peso degli eventi sembra oscurare la speranza, torno con il cuore a quella scena: un libro aperto, la Sacra Scrittura, e un nome pronunciato con infinita dolcezza. Perché Dio, quando sembra tacere, continua a parlare attraverso la sua Parola.

«Ripongo nel cuore la tua promessa per non peccare contro di te» (Sal 119,11).

Capitolo III — Il dono più grande: l’Angelo Custode

Se in queste pagine si parlerà anche degli angeli, sarà perché essi sono stati, e continuano a essere, discreti servitori del suo Amore. Non desiderano essere al centro dell’attenzione: tutta la loro missione consiste nel condurre gli uomini a Dio. Per questo il protagonista di questo libro non è il mio Angelo Custode, né le esperienze che racconterò. Il vero protagonista è Dio, che nella sua infinita bontà si prende cura di ciascuno dei suoi figli e, spesso senza che ce ne accorgiamo, ci accompagna anche attraverso i suoi santi angeli.

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Con il cuore colmo di gratitudine affido queste pagine a chi le leggerà, con il desiderio che possano accendere la stessa speranza che il Signore, con infinita delicatezza, ha acceso un giorno anche nel mio cuore.

Dopo aver scoperto che gli angeli accompagnano tutta la storia della salvezza, dentro di me nacque una domanda ancora più personale. Se Dio ha inviato i suoi angeli ad Abramo, a Tobia, a Maria, ai pastori di Betlemme e perfino a Gesù nel Getsèmani, che cosa significa tutto questo per me?

La risposta la trovai nell’insegnamento della Chiesa.

Con stupore scoprii che Dio, nel suo immenso amore, non ha voluto lasciare nessun uomo solo nel cammino verso il Cielo. Fin dal primo istante della nostra vita Egli affida a ciascuno un Angelo Custode. Questa verità non appartiene alle pie devozioni o alle tradizioni popolari: fa parte della fede della Chiesa. Fu una scoperta che cambiò il mio modo di guardare ogni giornata. Non ero più sola, e non lo ero mai stata. Colui che il Signore aveva posto accanto a me non prendeva decisioni al mio posto, non sostituiva la mia libertà e non eliminava le difficoltà della vita. La sua missione era molto più grande: custodirmi, ispirarmi al bene, aiutarmi a riconoscere la voce di Dio e accompagnarmi, passo dopo passo, verso la santità.

Ripensando alla mia infanzia, alle intuizioni improvvise, alle ispirazioni interiori, ai momenti nei quali avevo percepito una misteriosa luce nel cuore, non potei fare a meno di domandarmi se, in quei frangenti, il mio Angelo Custode fosse già all’opera.

Non avrò mai una risposta certa su ogni episodio, ma una certezza l’ho ricevuta dalla fede della Chiesa: Dio, nel suo infinito amore, non smette mai di prendersi cura dei suoi figli, e anch’io sono sua figlia. E questa certezza basta a riempire il cuore di gratitudine.

Chissà quante volte abbiamo letto, o ascoltato dal racconto di altri — per me, soprattutto, da mia nonna, che amava narrarmi la vita dei santi —, di uomini e donne che hanno vissuto un’esperienza straordinaria accanto al proprio Angelo Custode, presente nella loro vita come messaggero e guida.

San Pio da Pietrelcina, così come mi raccontava mia nonna, parlava con naturalezza con il proprio angelo e invitava i suoi figli spirituali a rivolgersi a lui con fiducia. A chi non poteva raggiungerlo a San Giovanni Rotondo ripeteva: «Quando hai bisogno, mandami il tuo Angelo Custode». Per Padre Pio gli angeli non erano un’immagine poetica, ma compagni reali di cammino. Essi custodiscono, ispirano, proteggono e portano davanti a Dio le nostre preghiere. Gli angeli ci sono vicini ogni giorno e, con fiducia e semplicità, possiamo invocare il loro aiuto e la loro protezione.

Santa Francesca Romana ebbe per molti anni la grazia di vedere il proprio Angelo Custode. Lo descriveva come una presenza luminosa che la guidava nelle scelte, la incoraggiava nelle difficoltà e la richiamava quando rischiava di allontanarsi dalla volontà di Dio.

L’angelo non sostituiva la sua libertà, ma la aiutava a discernere il bene.

Gli angeli rispettano la nostra libertà: con discrezione illuminano la coscienza e ci orientano

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verso ciò che conduce alla pace e alla santità.

San Giovanni Bosco. Nella vita di questo santo straordinario non mancarono episodi in cui poté sperimentare una misteriosa protezione nei momenti di maggiore pericolo. Egli nutriva una profonda devozione verso gli angeli custodi e insegnava ai giovani a considerarli amici fedeli, sempre pronti ad aiutarli nelle tentazioni e nelle difficoltà. Per don Bosco gli angeli erano educatori silenziosi, capaci di sostenere chi desidera vivere secondo il Vangelo.

Santa Gemma Galgani raccontava che il suo Angelo Custode le era accanto ogni giorno. Lo considerava il suo maestro di preghiera: la svegliava per pregare, la correggeva con dolcezza quando sbagliava e la incoraggiava nei momenti di prova. Per lei l’angelo era un vero compagno di vita spirituale.

Gli angeli sono così: con pazienza e amore ci educano alla santità.

San Luigi Gonzaga aveva una devozione straordinaria verso gli angeli custodi e verso san Michele Arcangelo. Pregava spesso il suo angelo e cercava di vincere le tentazioni con la purezza del cuore, convinto che gli angeli fossero modelli di fedeltà a Dio.

La vicinanza degli angeli ci invita a vivere con un cuore puro e rivolto al Cielo.

Santa Faustina Kowalska, nel suo Diario , scrive di essere stata più volte accompagnata dal proprio angelo, che la guidava nella preghiera e, in alcune esperienze mistiche, fino alle soglie dell’aldilà. La sua testimonianza mette in luce la missione degli angeli come guide verso la misericordia di Dio. Gli angeli ci aiutano a guardare la vita con gli occhi dell’eternità.

Gli angeli non eliminano le prove della vita, ma ci donano forza, coraggio e luce per affrontare ogni cosa con fede. Questi santi ci ricordano una verità semplice e consolante: gli angeli non attirano mai l’attenzione su se stessi, ma ci indicano sempre Dio. La loro missione è sempre quella: condurci a Dio, custodirci nel cammino della vita e aiutarci a riconoscere la sua voce, spesso proprio attraverso la Sacra Scrittura e la preghiera. Per questo la Chiesa li chiama ministri di Dio e compagni di viaggio dell’uomo verso il Cielo.

La loro missione è principalmente questa.

1. Allontanano i demòni. A volte immaginiamo il processo decisionale morale come un dibattito tra un angelo cattivo, che bisbiglia in un orecchio, e un angelo buono, che parla saggiamente nell’altro. C’è una verità in questo. San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae , spiega che uno dei ruoli degli angeli custodi è proprio quello di respingere l’azione dei demòni.

2. Ci proteggono dal male. Secondo san Tommaso, gli angeli custodi ci proteggono anche dai danni spirituali e fisici. Questa convinzione ha le sue radici nelle Scritture. Ad esempio, il Salmo 91 afferma: «Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie. Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra» (Sal 91,11-12).

3. Ci rafforzano contro le tentazioni. Gli angeli custodi non solo prevengono il male, ma ci rafforzano anche contro le tentazioni, perché impariamo ad affrontarle.

4. Ci danno coraggio. San Bernardo, commentando proprio il Salmo 91, insegna che la presenza

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degli angeli deve suscitare in noi riverenza, devozione e fiducia: con simili compagni al nostro fianco non dobbiamo avere paura, ma vivere coraggiosamente la nostra fede, affrontando qualunque cosa la vita ci metta davanti.

5. Intervengono per salvarci dai guai. Gli angeli custodi possono soccorrerci quando siamo nei guai. È evidente, ad esempio, nel capitolo 12 degli Atti degli Apostoli, quando un angelo aiuta Pietro a uscire dalla prigione (At 12,6-11).

6. Si prendono cura di noi fin dalla nascita. I Padri della Chiesa si sono chiesti se gli angeli custodi fossero assegnati alla nascita o al momento del Battesimo. San Girolamo sostiene con decisione la prima ipotesi, commentando proprio Mt 18,10: «Grande è la dignità delle anime: ciascuna ha, fin dalla nascita, un angelo assegnato alla sua custodia» ( Commento a Matteo , III, 18,10). In quel passo Gesù dice: «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). La ragione per cui riceviamo gli angeli custodi fin dalla nascita, come suggerisce san Tommaso, è che il loro aiuto è legato alla nostra natura di esseri razionali, prima ancora che all’ordine della grazia.

7. Proteggono anche chi non crede. San Tommaso lo chiarisce spiegando che Dio non lascia solo nessuno, neppure i peccatori e i non credenti. Anche il noto teologo Ludwig Ott, nei Fondamenti del dogma cattolico , afferma che, secondo l’insegnamento comune dei teologi, non solo ogni battezzato, ma ogni essere umano, compresi i non credenti, ha il proprio angelo custode fin dalla nascita.

8. Portano a Dio i nostri bisogni. Gli angeli custodi agiscono come intercessori: portano le nostre richieste davanti a Dio. Anche questo lo comprendiamo grazie alle parole di Gesù in Mt 18,10.

9. Comunicano con noi. Rafforzano la nostra intelligenza e la nostra volontà, e così ci guidano alla verità e al bene. Come scrive san Tommaso: «È inoltre evidente che, riguardo alle cose da fare, la conoscenza e l’affetto dell’uomo possono variare e venir meno in molti modi. Perciò fu necessario che agli uomini fossero assegnati degli angeli a loro custodia, affinché l’una e l’altro fossero ordinati al bene» ( Summa Theologiae , I, q. 113, a. 1).

10. Ci guidano verso la salvezza. L’obiettivo finale degli angeli custodi è aiutarci a raggiungere la salvezza. Secondo san Tommaso, infatti, gli angeli sono mandati a servire coloro che erediteranno la salvezza, se si considera l’effetto ultimo della loro custodia, che è appunto il conseguimento di quell’eredità.

Capitolo IV — La mano di Maria: l’incontro con i Servi di Maria

Guardando indietro alla mia vita, riconosco sempre più chiaramente che Dio prepara i nostri passi anche quando noi non ce ne rendiamo conto. Ci sono incontri che sembrano casuali, ma che con il passare del tempo rivelano un disegno più grande, perché nulla sfugge alla sua Provvidenza. Prima di conoscere l’Opera dei Santi Angeli, il Signore aveva già preparato per me una realtà che sarebbe diventata una famiglia spirituale: quella dei Servi di Maria.

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Era un venerdì di circa quindici anni fa. Avevo appena accompagnato i miei figli a scuola e, prima di dedicarmi agli impegni della giornata, sentivo il desiderio di partecipare alla santa Messa. In quel periodo stavo vivendo la pratica dei primi venerdì del mese e volevo custodire quel momento di incontro con Gesù, quel tempo prezioso da dedicare al suo Cuore. Così, quasi senza un programma preciso, entrai nella chiesa di Grottasanta — tra l’altro vicina alla scuola dei miei figli — affidata ai Frati Servi di Maria. Ero entrata semplicemente per partecipare alla Messa, senza immaginare che quella porta che stavo varcando sarebbe diventata una porta importante nella mia vita spirituale. In quel momento cercavo Gesù Eucaristia, ma il Signore stava già preparando qualcosa di più grande: un cammino che mi avrebbe condotto a scoprire una nuova famiglia di fede e un carisma che non conoscevo, quello dei Servi di Maria.

A volte Dio entra nella nostra storia attraverso gesti semplici: una chiesa in cui decidiamo di fermarci, una celebrazione alla quale partecipiamo, una persona che incontriamo. Noi vediamo soltanto un piccolo passo, ma Lui vede l’intero percorso. Noi lasciamo semplicemente la porta del nostro cuore aperta e disponibile all’incontro con l’Amore, e Lui entra quasi in punta di piedi, ci trasforma e ci plasma a sua immagine.

In quella chiesa, che non ho più smesso di frequentare, ho iniziato a conoscere la spiritualità dei Servi di Maria: una contemplazione profondamente legata alla Madre Addolorata, alla sua presenza materna e alla Passione di Cristo vissuta con la Madre ai piedi della Croce. Ho imparato dai frati a vivere una fede in cui Maria diventa la Madre che accompagna ogni figlio verso Gesù.

Attraverso questa nuova famiglia ho scoperto la bellezza della fraternità, della preghiera condivisa e del servizio. Ho compreso che il cammino verso Dio non è mai un percorso solitario: il Signore ci dona fratelli e sorelle con cui condividere la fede, le gioie, le fatiche e il desiderio di seguirlo. La spiritualità dell’Addolorata mi ha insegnato il valore di rimanere accanto a Gesù anche sotto la Croce, come Maria, con un cuore fedele e fiducioso. Mi ha insegnato che il dolore, quando viene vissuto con amore e affidamento a Dio, può diventare un luogo di incontro con Lui.

Così, guardando indietro a quell’ingresso nella chiesa di Grottasanta, comprendo che non fu un caso. Quel venerdì, mentre cercavo un momento di preghiera prima di affrontare la giornata, Dio stava già aprendo davanti a me una strada. Da quel giorno Maria mi ha preso per mano e mi ha condotto verso Gesù, e i Servi di Maria mi hanno donato una famiglia nella quale questo amore poteva diventare vita concreta, fraternità e servizio.

E ancora oggi sento che quel cammino continua, perché Dio non smette mai di guidare i suoi figli. Attraverso gli angeli illumina la strada, attraverso Maria accompagna i nostri passi e attraverso i fratelli ci ricorda che nessuno cammina da solo verso di Lui, perché un cammino condiviso è sempre molto più bello da percorrere.

Oggi sono enormemente grata a Dio, a santa Maria e al mio Angelo, che con grande premura mi hanno aperto questa bellissima porta. Ma sono grata anche ai frati, che con pazienza e amore per il loro ministero hanno avuto cura — e ancora ne hanno — della mia persona e del mio cammino di fede. E se questo non è amore per le sue creature, che cosa potrebbe mai essere?

Se ripenso a come ero prima di iniziare questo cammino, mi accorgo di quanto il Signore abbia

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operato nella mia vita attraverso la spiritualità dei Servi di Maria e attraverso le persone che ha posto accanto a me. Ero una persona piuttosto timida e spesso mi lasciavo frenare dalla paura di non essere all’altezza, di deludere gli altri o di non riuscire ad aiutare chi aveva bisogno. Tante volte avrei voluto fare di più, ma qualcosa dentro di me mi tratteneva. Con il tempo, però, ho compreso che Dio non sceglie persone perfette, ma persone disponibili a lasciarsi guidare da Lui. Attraverso la fraternità e le esperienze condivise con i fratelli e le sorelle dei Servi di Maria ho imparato a fidarmi maggiormente della grazia di Dio. Poco alla volta ho scoperto che ciò che sembrava un limite poteva trasformarsi in una risorsa, quando veniva affidato a Gesù.

Una delle esperienze più belle che ho vissuto è stata quella delle rappresentazioni a sfondo religioso, nate all’interno del nostro gruppo. Tutto ebbe origine dall’amore profondo che nutriamo per Gesù e Maria e dal desiderio di far conoscere ad altri il loro messaggio di salvezza. Attraverso il teatro abbiamo cercato di portare nei cuori delle persone la bellezza del Vangelo e i richiami materni della Vergine. Abbiamo messo in scena rappresentazioni dedicate alla Madonna della Salette e ad altri momenti della storia della salvezza, raccontando non soltanto l’amore di Maria per i suoi figli, ma anche i suoi inviti alla conversione, alla preghiera e a una vita più conforme al Vangelo. Era il nostro modo semplice di evangelizzare.

All’inizio eravamo prudenti e forse anche un po’ timorosi. Non sapevamo quale sarebbe stata la risposta delle persone. Ci domandavamo se il messaggio sarebbe arrivato ai cuori, se il nostro impegno sarebbe stato compreso, se il nostro sforzo sarebbe stato utile. Poi, rappresentazione dopo rappresentazione, abbiamo visto gli occhi commossi di tante persone, abbiamo ascoltato testimonianze e parole di gratitudine e abbiamo capito che il Signore stava operando attraverso quella piccola opera, nata quasi in punta di piedi.

I mesi di preparazione non erano sempre facili: richiedevano tempo, sacrificio, prove, organizzazione e disponibilità da parte di tutti. Eppure proprio in quei momenti è cresciuta tra noi una fraternità autentica. Stavamo bene insieme, condividendo non soltanto il lavoro necessario per realizzare le rappresentazioni, ma anche la gioia della fede e il desiderio di servire il Signore attraverso i talenti che ci aveva donato e che molti di noi non sapevano nemmeno di possedere. Ciò che ci teneva uniti non era semplicemente il desiderio di riuscire al meglio delle nostre capacità, ma la consapevolezza di essere strumenti di un messaggio più grande di noi: un messaggio che non abbiamo compreso subito, ma che il buon Dio ci ha fatto scoprire pian piano.

Una gioia particolare esplose quando ricevemmo l’invito a rappresentare il messaggio della Madonna della Salette a Lisbona, presso la chiesa italiana di Nostra Signora di Loreto. Per noi fu un dono inatteso e una grande emozione. Portare la nostra testimonianza oltre i confini dell’Italia ci sembrava un sogno. Quell’esperienza rimarrà per sempre nel mio cuore, non solo per la rappresentazione in sé, ma anche per le persone straordinarie che abbiamo conosciuto in quell’occasione: tanti italiani che vivono a Lisbona e che, con un amore mai spento per la patria d’origine, custodiscono il ricordo della nostra amata terra; famiglie con storie vissute con grande entusiasmo. Ci hanno accolti con affetto sincero, facendoci sentire parte della loro comunità. Ma la grazia più grande doveva ancora arrivare.

La nostra permanenza in Portogallo coincise con l’anniversario delle apparizioni della Madonna di Fátima ai pastorelli. Poter raggiungere Fátima proprio in quella data fu per noi un dono

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immenso. Ancora oggi faccio fatica a descrivere l’emozione che provai entrando in quel luogo benedetto — nonostante fosse il mio secondo pellegrinaggio in quei luoghi —, meta di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, che in quel giorno furono davvero numerosi. Tra le preghiere, il raccoglimento, le celebrazioni e la moltitudine di fedeli radunati attorno alla Madre di Dio, sentii nel cuore una gioia profonda, condivisa con i miei confratelli, che ancora oggi non riesco a descrivere appieno, ma che mi sembrò una vera benedizione amorosa della Vergine su tutto il gruppo. In quel luogo e in quel momento compresi come Maria continui a chiamare i suoi figli e a condurli verso Gesù.

Ripensando oggi a quel percorso, vedo quanto il Signore abbia trasformato la mia vita. Attraverso la fraternità, il servizio, l’evangelizzazione, le amicizie nate lungo il cammino e le esperienze vissute insieme, ho scoperto che spesso Dio ci conduce oltre le nostre paure per mostrarci orizzonti che da soli non avremmo mai immaginato di raggiungere.

E che dire delle esperienze vissute con i confratelli e le consorelle negli incontri del venerdì pomeriggio? Sono stati — e continuano a essere — momenti semplici, ma ricchi di vita, di ascolto, di condivisione e di crescita reciproca. A questi si aggiungono i festeggiamenti vissuti insieme con gioia nelle diverse ricorrenze e le uscite organizzate per trascorrere insieme una giornata fraterna: occasioni preziose per rafforzare i legami e sperimentare quanto sia bello camminare gli uni accanto agli altri.

Proprio in questi momenti ho potuto toccare con mano i frutti straordinari che una fraternità, quando è vissuta nello spirito del Vangelo, è capace di donare. Ho imparato a voler bene a ciascuno di loro, accogliendo la diversità dei caratteri, dei modi di fare, delle sensibilità e delle storie personali. Ho scoperto che ciò che all’inizio poteva sembrare un limite, con il tempo è diventato una ricchezza, perché Dio non crea persone uguali, ma affida a ciascuno doni unici da mettere a servizio degli altri. Ogni confratello e ogni consorella è stato, a suo modo, uno strumento attraverso il quale il Signore ha voluto insegnarmi qualcosa: la pazienza, l’umiltà, la disponibilità, la perseveranza, la capacità di ascoltare e di lasciarmi mettere in discussione. Anche i convegni provinciali e nazionali mi hanno dato modo di conoscere tante persone straordinarie che, come me, condividevano questo cammino e che hanno arricchito la mia esperienza e continuano a farlo.

Così la fraternità è diventata per me una vera scuola di vita e di santità, dove ogni incontro, anche il più semplice, è stato un’occasione per crescere nell’amore verso Dio e verso il prossimo. E, guardandomi indietro, mi accorgo che questo cammino mi ha cambiata profondamente. Non mi ha reso perfetta, ma mi ha resa più aperta, più fiduciosa e più consapevole che nessuno si salva da solo. Il Signore ci chiama a camminare insieme, sostenendoci a vicenda, perché è proprio nella comunione fraterna che il suo amore diventa visibile e continua a operare meraviglie.

Così, dopo avermi condotta tra le braccia di Maria e avermi fatto vivere ben più delle sole esperienze interiori, Dio mi consegnò a una vera famiglia, quella dei Servi. Ma il suo amore, così grande, contemplava già tanto altro per me.

«E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane

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nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16).

Capitolo V — L’incontro con l’Opera dei Santi Angeli

Terminato il mio cammino tra le pagine dedicate ai Servi di Maria, sento il desiderio di raccontare un’altra tappa. L’incontro con l’Opera dei Santi Angeli ha segnato profondamente il mio cuore e ha dato una svolta al mio modo di vivere e di percepire la presenza del mio Angelo Custode.

Conobbi questa realtà grazie a una cara amica con la quale, da tempo, condividevo un intenso cammino di fede, fatto di preghiere e di sante Messe vissute con grande spirito di amore, con l’intento di riparare alle offese e alle ingiurie contro il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria. In particolare, l’amore per la Madonna di Fátima ci unì talmente tanto che di lì a poco vivemmo un pellegrinaggio proprio a Fátima, insieme ai sacerdoti degli Angeli. È un ricordo che ancora oggi porto nel cuore e che, specialmente dopo la scomparsa della mia amica, ritorna con nostalgia. Il nostro era un legame spirituale, alimentato dal desiderio di essere insieme nell’amore di Dio.

Fu proprio lei, un giorno, ad annunciarmi l’arrivo dei sacerdoti degli Angeli. Accettai il suo invito senza immaginare che quello sarebbe stato un incontro importante nella mia vita. Ricordo ancora quella giornata, scandita da preghiere, adorazioni, confessioni e catechesi sugli angeli, per culminare poi nella santa Messa. Ma quel giorno ci fu spazio anche per la convivialità: fu bello stare insieme a tavola, condividendo ciò che ciascuno aveva portato da casa. Alla fine di quella giornata rimasi a parlare con loro, ma anche con le tante persone convenute per l’occasione, e tutti fummo concordi nel riconoscere che questi sacerdoti, e anche le suore, avevano un carisma particolare, che trasmettevano non solo quando parlavano, ma anche e soprattutto nel loro modo di vivere e di celebrare la Messa: sembravano essi stessi dei veri angeli. Ancora oggi, quando so della loro venuta, per me è come vivere una festa.

Il cammino con loro prevede, dopo una partecipazione attiva agli incontri per circa un anno, di giungere al culmine della Consacrazione all’Angelo Custode e, dopo qualche anno, a tutti gli Angeli e Arcangeli. Ricordo ancora la mia consacrazione al mio Angelo e l’emozione che provai nel leggere il mio atto di affidamento totale a lui. La voce tremante e la commozione mi fecero vivere quel giorno come se il Paradiso avesse deciso di palesarsi per un attimo, anticipando una gioia che promette di essere ancora più grande il giorno in cui il buon Dio mi farà varcare la soglia del suo Regno. Rendo grazie e gloria a Dio per questa gioia e per avermi permesso di conoscere il cammino dell’Opera.

Qualche anno dopo fui ancora più grata per la possibilità di consacrarmi a tutti gli Angeli e Arcangeli. Questa esperienza fu ancora più grande e mi permise di capire che, mentre la consacrazione al proprio angelo riguarda un ambito più personale, quella a tutti gli angeli e arcangeli ha un respiro più ampio: significa entrare a far parte dell’esercito di Dio e partecipare, insieme a tutta la schiera celeste, al combattimento che serve a estirpare il regno del male per far spazio a quello di Dio. E ogni giorno cresce in me il desiderio di collaborare con gli angeli perché il Regno di Dio prevalga nel mondo. Per questa ragione cerco di far conoscere a più persone possibile questo cammino, che sperimento ogni giorno nella gioia, perché vorrei che tutti

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provassero quanto è bello camminare insieme agli angeli e, in particolare, trovare più occasioni per percepire ancora meglio la presenza del proprio Angelo Custode.

A volte capita che durante i nostri incontri parliamo delle esperienze vissute e di come la consacrazione possa portare davvero frutti meravigliosi. Tante sono state le testimonianze di quanti hanno sperimentato in prima persona avvenimenti speciali che coinvolgevano il proprio Angelo Custode. Posso affermare che anch’io, come tanti, ho vissuto esperienze che mi portano a pensare che il mio Angelo fosse più vicino di quanto avrei immaginato.

Ricordo ancora quell’episodio in cui, seduta tra i banchi della chiesa, mi avvicinai d’istinto, senza nemmeno rifletterci, a una persona che ancora non conoscevo e che da quel momento in poi fu per me un’amica speciale. Mi sedetti accanto a lei e, parlandole con molta semplicità, vidi il suo volto tirato e triste accennare a un sorriso di approvazione ma, al tempo stesso, di smarrimento. Con mio stupore, il giorno dopo quella persona mi raccontò di essere rimasta colpita dal fatto che io mi fossi avvicinata senza un motivo apparente e che le avessi parlato come a un’amica conosciuta da tempo; e rimase colpita anche dalle parole che le avevo detto, che a suo dire furono molto significative. Mi confessò che quelle parole erano state per lei un vero balsamo per l’anima, una vera consolazione, e mi chiese perché avessi detto proprio quelle cose. Ma io che cosa potevo rispondere, se non ricordavo nemmeno ciò che le avevo detto? Risposi con un sorriso, dicendole che Dio, in quel momento, aveva pensato proprio a lei. Il pianto e l’abbraccio di quella persona furono per me motivo di gioia, ma allo stesso tempo di grande turbamento. Da una parte sentivo il cuore colmo di gratitudine per il dono che il Signore mi stava facendo conoscere; dall’altra nasceva in me un senso di meraviglia e quasi di timore davanti alla grandezza di una realtà così misteriosa e spirituale.

Ma forse non mi veniva chiesto di comprendere fino in fondo.

Potrei raccontarvi anche di quella volta a Messa: mentre iniziava la celebrazione ed ero assorta ad ascoltare le parole del sacerdote, vidi con la coda dell’occhio sedersi in gran fretta quella che sembrava una giovane donna. Nel momento in cui si sedette mi accadde una cosa a dir poco particolare: sentivo crescere dentro di me l’urgenza di andare proprio da quella signora. Naturalmente pensai che fosse una stranezza. Ma mentre la mia mente si sforzava di scacciare quel pensiero, esso divenne ancora più forte, fino a occuparla del tutto. Per me fu una grande forzatura doverle cedere e, nonostante cercassi di resistere e di rimanere seduta, improvvisamente mi fu chiaro che avrei dovuto alzarmi e andare proprio da quella persona.

Mi stupii di me stessa, ma decisi di alzarmi. Con grande difficoltà mi avvicinai e le sussurrai di che cosa avesse bisogno. Veramente strano , pensai tra me e me: io che chiedo a un’assoluta estranea, che non avevo neppure guardato bene in volto, di che cosa avesse bisogno. Veramente strano! Ma, con mio grande stupore, vidi sul volto della signora un turbamento tale che sembrava stesse per svenire. E anche lì pensai: ma che cosa ho combinato questa volta?

La signora comunque si riprese rapidamente e mi sussurrò all’orecchio di riferire al sacerdote di pregare per una sua amica che in quel momento stava per essere sottoposta a un delicato intervento. Scrissi il nome di quell’amica su un foglietto e chiesi al sacerdote di pregare per lei durante la Messa. Poi mi andai a sedere e dimenticai completamente l’accaduto.

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Alla fine della Messa, come mio solito, mi accinsi ad aiutare a sistemare l’altare. Ma mentre lo facevo vidi avvicinarsi quella signora, che mi guardò con stupore e mi disse: «Adesso mi dica come ha fatto a sapere che il mio desiderio era di far pregare proprio per la mia amica». Mi raccontò che, entrando in chiesa, si era rammaricata di aver trovato la Messa già iniziata e che avrebbe voluto chiedere al sacerdote di pregare per questa sua amica, che per lei era come una sorella. Mi disse che per tutto il tempo, prima ancora che intervenissi io, stava pregando Dio e chiedendo aiuto, e non si perdonava di non essere arrivata in tempo. Anche allora non riuscii a dire nulla, se non che il buon Dio ascolta le nostre preghiere. Fu un’ispirazione del mio Angelo? Fu lui a mettermi in testa l’idea di andare proprio da quella signora?

Non lo so, e penso che forse non sia necessario saperlo. Ma ho la certezza che un cuore aperto e la nostra volontà di partecipare al Regno di Dio ci faranno compiere tante cose che a volte ci sembreranno strane, e che il buon Dio sceglie liberamente a chi concedere le sue bellissime carezze che sanno di Cielo.

Tra i tanti episodi che hanno segnato il mio cammino di fede, ce n’è uno che ancora oggi custodisco con profonda gratitudine. Mio figlio era appena rientrato da una vacanza studio in Polonia. Appena arrivato a casa mi prese da parte e, con un filo di voce, mi confidò di aver smarrito il cellulare: aveva trovato rotta la tasca dello zaino e da lì, sicuramente, il telefono gli era scivolato a terra sull’aereo. Era un telefono di valore, acquistato con pazienza grazie ai risparmi messi insieme negli anni: i regali dei nonni, degli zii e quelli ricevuti nelle varie ricorrenze. Vedevo nei suoi occhi il dispiacere, ma anche la paura della reazione del padre, che certamente avrebbe accolto quella notizia con molta rabbia.

Il giorno seguente sarei partita per il Convegno nazionale dei Servi di Maria, a San Giovanni Rotondo. Avevo già deciso di portare con me mio figlio, sia per farmi compagnia sia perché desideravo che conoscesse quei luoghi benedetti, nei quali si respira ancora la testimonianza luminosa di san Pio. Gli dissi allora: «Per il momento non diciamo nulla a papà. Al nostro rientro affronteremo insieme la situazione».

Partimmo l’indomani all’alba, come da programma. Durante il Convegno ci accompagnarono in pellegrinaggio al Santuario di San Michele Arcangelo, a Monte Sant’Angelo. Entrare in quel luogo santo e respirare quell’aria così densa di spiritualità fu per me un momento in cui mi sembrò che il tempo e la storia si fermassero: una sensazione che non riesco a descrivere in tutta la sua pienezza. Sembra che ogni pietra, ogni parete, lì in quel luogo, racconti la presenza di Dio e inviti al raccoglimento, a quel silenzio che diventa preghiera nella grotta dell’arcangelo Michele. Partecipammo alla santa Messa e, durante un momento di profonda preghiera, mi affidai a san Michele e lo pregai intensamente per il ritrovamento del cellulare. Non pregavo tanto per il valore economico del telefono, quanto per la serenità della nostra famiglia e per il peso che quella perdita aveva lasciato nel cuore di mio figlio. Con tutta la fiducia di cui ero capace dissi semplicemente: «San Michele, se è nella volontà di Dio, aiutaci a ritrovare quel cellulare».

Terminato il Convegno tornammo a casa. Nel frattempo mio figlio maggiore aveva inviato un’email all’aeroporto in Polonia per segnalare lo smarrimento, fornendo marca e modello del telefono. Tuttavia mi disse, quasi sorridendo con rassegnazione: «Mamma, non farti illusioni. È

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un cellulare di ultima generazione: se qualcuno lo ha trovato, difficilmente lo restituirà».

Così passarono alcuni giorni. Dentro di me continuavo a confidare nel Signore, ma umanamente sembrava non esserci più alcuna speranza; e intanto continuavo a cercare il modo e il momento giusto per comunicare tutto a mio marito.

Verso la fine della settimana mio figlio maggiore mi chiamò sottovoce. Sul suo volto c’era un sorriso particolare. «Mamma… leggi». Guardai lo schermo del computer e lessi tutto d’un fiato. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Mi sedetti e capii che il cellulare era stato ritrovato: sarebbe stato rispedito e nel giro di pochi giorni sarebbe tornato nelle nostre mani. Ma non fu solo questa notizia a lasciarmi senza parole, per quanto già straordinaria di per sé. Alla fine dell’e-mail compariva la firma della persona che ci aveva scritto. Un solo nome, ben visibile:

MIKAEL.

Nessun cognome. Solo quel nome. Rimasi immobile a fissarlo. Nel mio cuore si affacciarono stupore, gratitudine e una profonda emozione. Era una semplice coincidenza? Oppure il Signore aveva voluto donarmi un piccolo segno attraverso il nome dell’Arcangelo al quale avevo affidato la mia preghiera? Non ho la risposta. E forse non è nemmeno così importante averla. Ciò che so è che quella firma parlò al mio cuore. Mi ricordò che Dio ascolta sempre le nostre preghiere e che, a volte, sceglie di consolarci con delicatezze che solo chi prega con fiducia riesce a riconoscere.

Quello stesso giorno trovai finalmente il coraggio di raccontare tutto a mio marito. La sua reazione fu ben diversa da quella che avevamo temuto: la notizia del ritrovamento aveva già sciolto ogni tensione e, di lì a poco, il telefono tornò davvero a casa. Da allora, ogni volta che penso a quella vicenda, non ricordo soltanto un cellulare ritrovato: ricordo soprattutto un Padre che non rimane indifferente alle preghiere dei suoi figli e un Arcangelo che da sempre ho amato tanto e che continua a indicarci la strada della fiducia. Forse qualcuno parlerà di coincidenza; io preferisco chiamarla, come sempre, una carezza del Cielo.

Un altro episodio che porto nel cuore accadde durante gli anni di scuola del mio secondogenito. Da alcuni mesi era arrivata una nuova insegnante di matematica, subentrata alla docente con cui la classe aveva iniziato il proprio percorso scolastico. Purtroppo la sua fama la precedeva: non erano pochi i genitori che avevano avuto con lei discussioni anche molto accese, e gli stessi ragazzi, con quella spontaneità tipica della loro età, le avevano persino affibbiato un soprannome poco lusinghiero.

Il giorno seguente avrei dovuto incontrarla durante il ricevimento dei genitori. Quella notte dormii poco: mille pensieri affollavano la mia mente. Non avevo paura di un confronto, ma temevo che un eventuale scontro potesse ricadere su mio figlio, come era già successo ad altri alunni i cui genitori avevano litigato con l’insegnante. Prima di addormentarmi feci una semplice preghiera: affidai tutto al mio Angelo Custode e gli chiesi, con il linguaggio semplice della fede, di parlare con l’Angelo Custode dell’insegnante, perché i nostri cuori trovassero un terreno comune sul quale incontrarsi.

Al risveglio una sola parola risuonava dentro di me con una chiarezza insolita: «FAMIGLIA».

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Non riuscivo a comprenderne il significato. Che cosa c’entrava quella parola con il colloquio che mi attendeva?

Mi preparai in fretta e raggiunsi la scuola stringendo nella tasca dei pantaloni la corona del Rosario. Prima di me entrarono i genitori di un compagno di mio figlio. Dalla stanza provenivano voci alterate; quando uscirono erano visibilmente arrabbiati. Confesso che il mio cuore iniziò a battere più forte.

Entrai, salutai cordialmente l’insegnante e lei mi invitò a sedermi. Ancora contrariata, continuava a commentare il difficile colloquio appena concluso. In quel momento il suo telefono iniziò a squillare. La prima volta lo ignorò. Al secondo squillo le dissi con naturalezza che forse era opportuno rispondere: poteva trattarsi di qualcosa di importante. Accettò il consiglio. Dalle parole che riuscivo a sentire compresi che dall’altra parte c’era sua figlia. Fu allora che vidi il suo volto cambiare: l’espressione dura lasciò spazio a uno sguardo pieno di dolcezza. In quell’istante mi tornò alla mente la parola famiglia . Compresi che forse quella era la strada.

Quando terminò la telefonata, invece di parlare subito di voti e verifiche, iniziai a chiederle della sua famiglia. La vidi sorpresa. Poi, quasi senza accorgersene, iniziò a raccontarsi. Mi parlò della figlia, da poco laureata, che stava organizzando il matrimonio e che l’aveva chiamata perché desiderava scegliere insieme a lei l’abito da sposa. Mi parlò anche del figlio e della sua brillante carriera, del marito e della loro passione comune per la matematica e la fisica. Ascoltavo con sincero interesse: non per strategia, ma perché in quel momento non vedevo più soltanto un’insegnante severa. Vedevo una madre, una moglie, una donna.

Il tempo trascorse senza che ce ne rendessimo conto. A un certo punto il genitore che attendeva il proprio turno fece capolino dalla porta per ricordare che era il suo momento; l’insegnante, però, gli fece cenno di aspettare ancora. Quando finalmente il colloquio volse al termine, trovai il coraggio di chiedere soltanto: «Per mio figlio va tutto bene?». Mi guardò sorridendo e rispose con sincerità: «Stia tranquilla. Per suo figlio va tutto bene». Prima di salutarla le dissi una frase che mi nacque dal cuore: «Le auguro di mostrarsi ai suoi alunni così come oggi si è mostrata a me: una persona brillante, cordiale e simpatica». Sorrise.

Il giorno seguente mio figlio tornò da scuola raccontandomi che tutta la classe era rimasta stupita: l’insegnante aveva trascorso la lezione con un atteggiamento completamente diverso dal solito. Era serena, disponibile e perfino sorridente. Mai vista così prima di allora.

Ripensando a quella giornata, mi sono chiesta tante volte che cosa fosse accaduto. Forse qualcuno dirà che fu soltanto una coincidenza. Io preferisco pensare che il Signore, attraverso il mio Angelo Custode, abbia suggerito al mio cuore quella semplice parola — famiglia — che aprì una porta rimasta chiusa fino a quel momento. Il terreno fertile al quale il mio Angelo intendeva condurmi fu chiaro, almeno per me: era la famiglia. Ancora una volta ho compreso che gli angeli non sempre cambiano le situazioni. Molto più spesso cambiano il nostro modo di entrare nelle situazioni, ispirandoci parole, atteggiamenti e gesti capaci di disarmare i cuori. Ed è proprio lì che la grazia di Dio può compiere il suo silenzioso miracolo.

«Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, da’ ascolto alla sua voce e non

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ribellarti a lui […]. Quando il mio angelo camminerà alla tua testa…» (Es 23,20-21.23).

Capitolo VI — Gli Angeli Custodi e la battaglia spirituale

La vita spirituale non è soltanto un cammino di pace e di consolazione: è anche una battaglia spirituale. San Paolo lo ricorda con parole forti: «La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12).

In questa lotta Dio non ci lascia mai soli. Fin dal momento della nostra nascita ci affida a un Angelo Custode, un compagno fedele e discreto, incaricato di proteggerci, ispirarci al bene e sostenerci nelle prove. La sua presenza è silenziosa, ma reale. L’Angelo Custode non combatte al nostro posto: combatte con noi. Ci illumina quando siamo confusi, ci mette in guardia davanti al pericolo, ci suggerisce la via del bene e ci aiuta a riconoscere gli inganni del maligno. Quante volte un’improvvisa ispirazione, un’inquietudine davanti a una scelta sbagliata o una pace inattesa nel momento della sofferenza possono essere il segno della sua presenza amorevole. La battaglia spirituale si combatte soprattutto nel cuore, dove si decide se ascoltare la voce di Dio o quella della tentazione. Per questo l’angelo spesso ci invita alla preghiera, ai sacramenti, alla Parola di Dio e alla fiducia nella misericordia del Signore.

Anche molti santi, nella lotta contro il male, hanno invocato con fede gli angeli custodi e ne hanno ricevuto conforto e guida.

A volte, nella lotta, ci perdiamo: non troviamo più la forza di pregare o di accostarci ai sacramenti e così, pian piano, lasciamo spazio alla sfiducia e, in alcuni casi, persino alla disperazione e al dolore. Eppure, se ricordassimo di avere accanto a noi una creatura così amorevole e premurosa, non occorrerebbe altro che invocarla con fiducia e attendere il suo dolce aiuto. Anch’io, spesso, mi sono lasciata vincere dallo scoraggiamento e ho permesso che gli eventi dolorosi della vita mi risucchiassero nel loro vortice. Oggi, con più consapevolezza, mi àncoro a Dio anche attraverso il mio Angelo, e così le vicende della vita mi raggiungono, ma non mi travolgono.

Una delle tentazioni più diffuse del nostro tempo è quella di voler credere in Dio senza fidarsi davvero di Lui. Così, accanto alla preghiera, trovano posto amuleti, portafortuna di vario genere, gesti scaramantici che sembrano innocui, ma che in realtà rivelano una fiducia riposta altrove. È una contraddizione che interpella la nostra coscienza. Quante persone si dichiarano credenti, partecipano alla santa Messa, ricevono i sacramenti e poi, quasi senza accorgersene, portano con sé oggetti considerati portafortuna o compiono gesti scaramantici per sentirsi al sicuro. Ma se il nostro cuore appartiene a Cristo, perché cercare protezione in qualcosa che non viene da Lui?

La Sacra Scrittura ci invita ad avere una fiducia totale nel Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. […] Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia» (Ger 17,5.7). La nostra sicurezza non nasce da un oggetto, ma dalla presenza viva di Dio che ci accompagna in ogni momento.

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L’Angelo Custode ci educa proprio a questa fiducia. Egli non ci invita a cercare false sicurezze, ma ci conduce a un abbandono filiale nelle mani di Dio. Chi vive alla presenza di Dio non ha bisogno di superstizioni, perché sa che la sua vita è custodita dall’amore del Signore.

Questo non significa che il cristiano sarà preservato da ogni sofferenza o difficoltà. Significa, invece, che nessuna prova potrà separarlo dall’amore di Dio. La vera protezione è vivere nella sua grazia, alimentarsi con i sacramenti, pregare ogni giorno e affidarsi all’intercessione della Vergine Maria e dei santi angeli. Allora domandiamoci con sincerità: di chi mi fido davvero? Di un amuleto o della Provvidenza di Dio? Di un gesto scaramantico o della Croce di Cristo?

Non possiamo tenere insieme la fede e la superstizione. Il Vangelo ci chiede una scelta chiara e un’adesione unica. Se siamo di Dio, affidiamoci completamente a Lui. Solo il Signore è la nostra roccia, la nostra difesa e la nostra speranza. Tutto il resto è un’illusione che non dona pace al cuore.

Gesù stesso ci mostra come affrontare la battaglia spirituale. Nel deserto, dopo quaranta giorni di digiuno, viene tentato dal demonio (cfr. Mt 4,1-11). Satana gli propone scorciatoie, potere e successo, cercando di allontanarlo dalla volontà del Padre. Ma Gesù non risponde con formule misteriose né con gesti straordinari: risponde con la Parola di Dio. È una lezione che non dovremmo mai dimenticare. Anche noi siamo tentati ogni giorno. Non ci verrà forse chiesto di trasformare le pietre in pane, ma ci verrà suggerito di cercare sicurezza lontano da Dio, di confidare più nelle nostre paure che nella sua Provvidenza. La vera vittoria nasce quando, come Gesù, scegliamo di fidarci di Lui.

In questa battaglia non siamo soli. Dio ci dona la compagnia dei santi e, tra tutti, la Chiesa ci invita a guardare con particolare fiducia a san Michele Arcangelo, il grande difensore del popolo di Dio. La preghiera che gli rivolgiamo non nasce dalla paura del demonio, ma dalla certezza che il Signore è il vincitore di ogni male. Quante volte, nella mia vita, ho sperimentato questa protezione discreta! Non sempre attraverso eventi straordinari, ma spesso mediante ispirazioni interiori, incontri provvidenziali o quella pace improvvisa che nasce nel cuore quando ci si affida completamente a Dio. Ecco perché ho deciso di recitare sempre, dopo la santa Messa, la preghiera a san Michele: è per me un modo di rendergli omaggio e di chiedere la sua protezione. Questa bellissima preghiera fu composta da papa Leone XIII e, secondo una tradizione molto diffusa, sarebbe nata a seguito di una visione nella quale il Pontefice vide la terra squarciarsi e da quello squarcio uscire numerosi demòni pronti a fare del male agli uomini.

La battaglia spirituale non si combatte soltanto nei grandi momenti della vita. Si combatte ogni giorno, nelle piccole scelte: scegliere il perdono invece del rancore, la verità invece della menzogna, la fiducia invece della paura, la preghiera invece dello scoraggiamento.

Il demonio cerca di dividere, di seminare sfiducia, di farci credere che Dio ci abbia abbandonati. Lo Spirito Santo, invece, unisce, consola, illumina e conduce alla pace. Per questo il cristiano non vive nella paura del male: vive nella certezza della vittoria di Cristo. La Risurrezione di Gesù è la nostra speranza. Il male non ha l’ultima parola. Chi rimane unito a Cristo attraverso la preghiera, i sacramenti, la Parola di Dio e una vita coerente con il Vangelo non ha bisogno di cercare altrove la propria sicurezza. Alla fine di ogni battaglia, la nostra forza non consiste nelle nostre capacità, ma nella fedeltà di Dio.

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È Lui la nostra roccia.

È Lui il nostro rifugio.

È Lui la nostra pace.

E quando impariamo ad affidarci a Lui, non esiste nulla di più potente della sua grazia, non esiste protezione più grande del suo amore, non esiste compagnia più fedele di quella dei suoi angeli, che Egli manda sul nostro cammino per custodirci e ricondurci sempre a Lui.

Affidiamoci ogni giorno al nostro Angelo Custode. Invochiamolo al mattino, chiediamogli di guidare i nostri passi e ringraziamolo la sera per la sua silenziosa compagnia. Nella battaglia spirituale non siamo soli: Cristo ha già vinto il male con la sua Croce, e gli angeli combattono al nostro fianco perché possiamo perseverare nella fede e giungere alla gioia eterna.

Preghiera

Angelo di Dio, mio custode, illumina la mia mente, custodisci il mio cuore, rafforza la mia volontà.

Difendimi dagli inganni del maligno, guidami nelle scelte quotidiane e conducimi sempre più vicino a Gesù. Fa’ che, con il tuo aiuto, possa vincere ogni tentazione e vivere nella pace di Dio. Amen.

«L’angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi ragazzi!» (Gen 48,16).

Capitolo VII — I segni visibili e invisibili della fede

La fede è un dono invisibile. Nessuno può vedere ciò che accade nel cuore di una persona quando incontra Dio. Eppure, ciò che è invisibile cerca sempre una strada per manifestarsi. Come il profumo di un fiore ne rivela la presenza senza bisogno di essere visto, così la fede autentica si lascia riconoscere attraverso segni semplici, discreti e profondi.

Dio, nella sua infinita sapienza, ha scelto di comunicare con l’uomo proprio attraverso segni concreti. La storia della salvezza ne è piena. L’arcobaleno dopo il diluvio divenne il segno dell’alleanza con Noè. Il roveto ardente parlò a Mosè. La nube accompagnò il popolo nel deserto. Una stella guidò i Magi fino a Betlemme. E Gesù stesso fece dei segni il linguaggio del suo amore: toccò i malati, spezzò il pane, benedisse i bambini, lavò i piedi ai discepoli. Anche oggi Dio continua a parlare attraverso segni semplici, che spesso rischiamo di dare per scontati.

Tra tutti i segni della fede, il più semplice e insieme il più grande è il segno della Croce. Lo compiamo più volte al giorno e, proprio per questo, corriamo il rischio di farlo senza pensarci. Quando portiamo la mano alla fronte, al petto e alle spalle non stiamo eseguendo un gesto automatico: stiamo proclamando che apparteniamo al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Stiamo ricordando il sacrificio di Cristo, che ha trasformato uno strumento di morte nell’albero della vita. Fare bene il segno della Croce significa fermarsi un istante, lasciare che il cuore accompagni la mano e che la mente pronunci con convinzione quelle parole che hanno accompagnato milioni di cristiani lungo i secoli. Non dobbiamo vergognarci di farlo in pubblico:

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in un ristorante, davanti a un ospedale, entrando in una chiesa, prima di un viaggio o davanti a una prova difficile. Quel piccolo gesto può diventare una testimonianza silenziosa che parla più di molte parole.

Fra i santi che fecero di questo segno la propria arma spicca un monaco di nome Benedetto da Norcia. Si narra che un giorno, mentre pregava nella sua cella, iniziò a sentire strani rumori: colpi, sussurri, oggetti che cadevano inspiegabilmente. Improvvisamente un’ombra gli apparve davanti: il diavolo cercava di incutergli timore per indurlo ad abbandonare la sua missione. Ma Benedetto non fuggì. Non prese un’arma, non chiese aiuto: si limitò a tracciare su di sé il segno della Croce. In quell’istante tutto tornò silenzioso. Da quel momento in poi san Benedetto insegnò ai suoi monaci che la più grande forza di un cristiano non risiede nella violenza, ma nella fiducia assoluta in Gesù Cristo.

Nel corso dei secoli questo insegnamento è stato inciso su una medaglia che milioni di cristiani indossano ancora oggi. Su di essa si possono leggere alcune frasi in latino: «Crux sacra sit mihi lux» , «La croce santa sia la mia luce», e «Non draco sit mihi dux» , «Il drago non sia mia guida». Questa medaglia non è un amuleto né un oggetto magico: è piuttosto un promemoria del fatto che Cristo ha vinto il male con la sua Croce e che chi rimane unito a Lui non cammina da solo. Perché la Croce non solo ricorda il sacrificio di Cristo, ma ne proclama anche la vittoria.

O san Benedetto, insegnaci a vivere sotto la protezione della Croce di Cristo e a rifiutare tutto ciò che ci separa dal Vangelo. Prega per noi. Amen.

Anche il Rosario è una scuola di preghiera. Tra le mani di tanti anziani, di tante mamme, di tanti consacrati, il Rosario è diventato quasi una parte del corpo. Ogni grano custodisce una preghiera, una lacrima, una speranza. Il Rosario non è un oggetto magico e non porta fortuna: è un cammino percorso mano nella mano con Maria. Ogni Ave Maria è un passo che conduce verso Gesù. Un Rosario consumato dall’uso racconta una storia di fedeltà: racconta notti insonni affidate alla Madonna, figli consegnati al suo Cuore, malattie vissute nella speranza, gioie condivise con gratitudine.

Un altro segno visibile è una Bibbia aperta. Una Bibbia rimasta nuova nel tempo è soltanto un libro; una Bibbia consumata è una vita. Le pagine sottolineate, gli appunti scritti ai margini, le immagini sacre conservate tra i fogli raccontano il dialogo quotidiano tra Dio e noi. La Parola di Dio non è stata scritta per restare chiusa in uno scaffale: è una lampada che illumina il cammino. Ogni volta che la apriamo permettiamo al Signore di parlare ancora oggi.

Anche le mani raccontano molto della nostra vita. Con esse lavoriamo, accarezziamo, costruiamo, aiutiamo; ma quando si uniscono nella preghiera assumono un significato ancora più profondo. E anche la postura del corpo educa il cuore: inginocchiarsi, chinare il capo, fare silenzio sono gesti che preparano l’anima all’incontro con Dio.

Ma ciò che ci fa vivere al meglio la fede, la preghiera e l’adorazione è senz’altro il silenzio. Viviamo immersi nel rumore: le parole si rincorrono, i telefoni squillano, gli schermi catturano continuamente la nostra attenzione. Eppure esiste un luogo dove tutto cambia: davanti al Tabernacolo. Lì il silenzio non è vuoto: è presenza, è ascolto, è adorazione. Quando ci inginocchiamo davanti al Tabernacolo annunciamo al mondo che Dio è vivo. Senza pronunciare

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una parola, testimoniamo che vale la pena fermarsi davanti a Colui che ci ama infinitamente.

La fede si manifesta anche nel modo in cui custodiamo la nostra dignità. La modestia non significa rinunciare alla bellezza, ma viverla con equilibrio e rispetto. È il desiderio di essere apprezzati più per ciò che siamo che per ciò che mostriamo. Ogni cristiano è chiamato a ricordare che il proprio corpo è tempio dello Spirito Santo e merita di essere custodito con amore.

Ma il segno più convincente della fede è l’amore. Una visita a un malato, una parola di conforto, un pasto condiviso con chi ha fame, una mano tesa a chi è caduto valgono più di mille discorsi. Gesù non ci chiederà quanti libri abbiamo letto, ma quanto abbiamo amato. Ogni gesto di carità rende visibile il volto di Cristo. Ogni sorriso donato gratuitamente diventa un piccolo miracolo che continua nel tempo.

Il cristiano, tuttavia, non è una persona senza problemi: è piuttosto una persona che attraversa le difficoltà senza perdere la fiducia. Sul suo volto può esserci la fatica, ma anche una pace che nasce dalla certezza che Dio non abbandona mai i suoi figli. Questa serenità diventa una testimonianza che incuriosisce chi la incontra e apre il cuore a domande profonde.

C’è poi un segno della fede che forse è il più difficile da attuare: il perdono. Perdonare non significa dimenticare il male ricevuto né giustificarlo. Significa scegliere di non lasciare che il rancore abbia l’ultima parola. Quando una persona perdona, rende visibile la misericordia di Dio: compie un gesto che il mondo fatica a comprendere, ma che il Vangelo indica come strada di libertà. Ogni volta che scegliamo il perdono, permettiamo a Cristo di continuare la sua opera attraverso di noi.

E non dimentichiamo che tra i segni più delicati della tenerezza di Dio ci sono gli angeli. Non cercano mai di attirare l’attenzione su di sé: la loro missione è guidare ogni uomo verso il Signore. Anche noi siamo chiamati a vivere così: senza desiderare applausi, senza cercare riconoscimenti, ma lasciando che la nostra vita indichi sempre Cristo. Ogni autentica testimonianza cristiana assomiglia alla missione degli angeli: essere luce senza cercare di sostituirsi al sole, essere strumenti senza dimenticare che il protagonista è sempre Dio.

«Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome» (Sal 91,14).

Capitolo VIII — Pregare per i sacerdoti: un dovere d’amore

Nel mio cammino di fede ho compreso una verità che porto nel cuore: i sacerdoti sono un dono immenso che Dio fa alla sua Chiesa. Senza di loro non avremmo l’Eucaristia, il perdono dei peccati nel sacramento della Riconciliazione, l’Unzione degli infermi e tanti altri doni della grazia. Per questo sento nel profondo il desiderio di rivolgere a tutti un invito: preghiamo per i nostri sacerdoti.

Ho sempre avuto un profondo rispetto e un grande amore per i sacerdoti, forse inculcati in me da mia nonna, che aveva sempre un pensiero — ma anche, più concretamente, un servizio da

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svolgere — per loro. Ricordo che li aiutava con premura in chiesa e che, a volte, amava preparare qualche delizia culinaria e farne loro dono. E spesso mi diceva: «Prega per loro e non giudicarli mai. Il loro è un servizio di amore per Dio, ma anche per tutti noi. Rinunciano a tutto: alla famiglia, a un lavoro, a tutto quello che la vita potrebbe offrire loro. Consegnano interamente la propria esistenza e si dedicano totalmente a Dio». Poi finiva col prendere la corona del Rosario e mi diceva dolcemente: «Adesso preghiamo per loro, che hanno tanto bisogno delle nostre preghiere».

Viviamo in un tempo in cui è facile criticare, giudicare o soffermarsi sui limiti delle persone. Anche i sacerdoti, però, prima di essere ministri di Dio, sono uomini: hanno una storia, un carattere, sensibilità diverse e anche fragilità. Questo non toglie nulla alla grandezza della loro vocazione. Il sacerdozio che hanno ricevuto è un dono che li configura a Cristo e li accompagna per sempre.

Non siamo chiamati a puntare il dito contro di loro, ma a sostenerli con la nostra preghiera.

Quante volte, invece di parlare, giudicare o alimentare mormorazioni, sarebbe più bello inginocchiarsi davanti al Tabernacolo e affidare al Signore i nostri sacerdoti. Dio, che li ha scelti e chiamati proprio come i suoi Apostoli — i quali, allo stesso modo, non erano certo perfetti —, continua ad assisterli con la sua grazia e non smette mai di amarli.

Credo che ogni parrocchia, ogni fraternità, ogni gruppo ecclesiale dovrebbe sentirsi responsabile di pregare con costanza per i propri sacerdoti. Non servono grandi iniziative: basta un cuore fedele che intercede. Il silenzio della preghiera può fare molto di più di tante parole.

Questa convinzione nasce anche da un’esperienza che vivo personalmente. Da tempo, con grande amore e fedeltà, portiamo avanti gli incontri della Passio , il giovedì sera e il venerdì pomeriggio. Sono momenti preziosi di contemplazione della Passione del Signore, nei quali non dimentichiamo mai di pregare per i sacerdoti: una preghiera che ci educa a guardarli con gli occhi di Cristo, a sostenerli nelle fatiche del ministero e ad accompagnarli con affetto spirituale.

Se vogliamo davvero bene ai nostri sacerdoti, il dono più grande che possiamo fare loro è la nostra preghiera. Essa li sostiene nelle prove, li consola nelle difficoltà e ottiene per loro grazie che forse non conosceremo mai su questa terra. La Chiesa ha bisogno di sacerdoti santi, e la santità dei sacerdoti passa anche attraverso la preghiera del popolo di Dio. Parliamo meno dei sacerdoti e parliamo di più con Dio dei sacerdoti: è questo il modo più bello e più evangelico di amarli.

Anche in questa esperienza posso riconoscere con gratitudine la mano del Signore. È Lui che, con delicatezza e sapienza, ha unito i nostri cuori dando vita al gruppo di preghiera della Passio , nato come un piccolo germoglio dalla grande famiglia dell’Opera dei Santi Angeli. Chi avrebbe immaginato che da quell’incontro sarebbero nati legami così profondi nella fede? Settimana dopo settimana il Signore ci ha chiamati a ritrovarci per contemplare la sua Passione, pregare insieme e portare davanti a Lui le intenzioni della Chiesa, del mondo e, in modo particolare, dei nostri sacerdoti. Che gioia ritrovarci! Non è soltanto un appuntamento settimanale, ma un momento di grazia in cui ciascuno porta il proprio cuore e si lascia trasformare dall’amore di Cristo. Nella preghiera impariamo ad ascoltare, a sostenerci reciprocamente, a condividere le

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sofferenze e le speranze, certi che il Signore è presente in mezzo a noi.

In questi incontri ho sperimentato quanto sia vera la promessa di Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). La comunione che nasce dalla preghiera è un dono prezioso: rafforza la fede, alimenta la speranza e ci rende più disponibili ad amare.

Per questo custodisco nel cuore il gruppo della Passio come uno dei doni più belli che il Signore mi abbia fatto lungo il mio cammino spirituale. Attraverso questa piccola comunità ho imparato ancora di più che la preghiera condivisa non cambia soltanto le situazioni: cambia anzitutto noi, rendendoci più vicini al Cuore di Cristo. Se qualcuno mi chiedesse quale sia il segreto della nostra perseveranza, risponderei senza esitazione: non è la nostra bravura, ma la fedeltà del Signore. È Lui che ci convoca, ci sostiene e ci dona la gioia di camminare insieme, uniti nella preghiera e nell’amore.

Così il Signore continua a scrivere la mia storia, servendosi anche degli angeli, che mi hanno fatto conoscere tante belle anime disposte a condividere con me questo cammino.

Ci sono sacerdoti che, pur avendo già concluso il loro pellegrinaggio terreno, continuano a parlare al cuore della Chiesa con una forza sorprendente. La loro vita, le loro opere e i loro scritti sono ancora oggi una luce che illumina il cammino di tanti fedeli e, soprattutto, di coloro che hanno ricevuto il dono e la responsabilità del sacerdozio. Fin dall’inizio del mio cammino spirituale ho trovato in loro dei fari luminosi, guide sicure capaci di orientare i miei passi verso Cristo. Penso a san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, consumato dall’amore per il confessionale e per l’Eucaristia; e a padre Tomaselli, instancabile apostolo della Parola e della devozione.

«Vi preghiamo, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e amore, a motivo del loro lavoro» (1Ts 5,12-13).

Capitolo IX — Maria Regina degli Angeli

Ogni volta che penso agli angeli, il mio cuore non può fare a meno di rivolgersi a Colei che il Signore ha costituito loro Regina: la Vergine Maria.

Gli angeli sono creature meravigliose, ma non desiderano mai porsi al centro della nostra

attenzione.

Tutta la loro missione consiste nel condurre le anime a Dio e nel farci amare sempre di più Gesù. E chi meglio di Maria ha saputo accogliere, ascoltare e seguire la volontà del Padre?

L’arcangelo Gabriele entrò nella casa di Nàzaret con un annuncio destinato a cambiare la storia dell’umanità. Davanti a lui Maria non si lasciò prendere dalla paura, ma si affidò con umiltà al progetto di Dio. Da quel momento il cielo e la terra si incontrano nel suo «Eccomi».

Per questo motivo la Chiesa la invoca come Regina degli Angeli. Essi la servono con gioia e,

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nello stesso tempo, imparano da lei a guidare ogni anima verso Cristo. Quando ci affidiamo a Maria non ci allontaniamo dagli angeli: al contrario, camminiamo insieme a loro sulla strada che conduce al Signore. Ogni volta che recito il santo Rosario penso che il mio Angelo Custode preghi con me. Questa consapevolezza rende la mia preghiera più raccolta e più fiduciosa. Non sono sola: il Cielo intero accompagna chi cerca Dio con cuore sincero.

C’è un luogo nel quale la presenza degli angeli diventa particolarmente intensa: la santa Messa.

Spesso entriamo in chiesa distratti, affaticati e preoccupati, o peggio ancora parlando ad alta voce con altre persone. Eppure sull’altare accade qualcosa che i nostri occhi non possono vedere: mentre il sacerdote offre il Sacrificio di Cristo, tutta la corte celeste adora il Signore.

Quando cantiamo il «Santo, Santo, Santo» ci uniamo al canto incessante degli angeli davanti al trono di Dio. In quel momento il Cielo si apre sulla terra e noi partecipiamo a una liturgia che supera il tempo e lo spazio. Pensare a questa realtà cambia il modo di vivere la Messa: ogni gesto diventa prezioso — il segno della croce, il silenzio, l’ascolto della Parola, la Comunione ricevuta con fede. Gli angeli ci aiutano a vivere tutto questo con maggiore amore e riverenza.

Se la santa Messa è il cuore della vita cristiana, l’Adorazione eucaristica è il luogo dove il cuore impara ad ascoltare. Davanti a Gesù realmente presente nel Santissimo Sacramento non servono molte parole: basta lasciarsi guardare da Lui. Anche qui gli angeli sono presenti. Essi adorano senza sosta il Signore e ci insegnano il valore del silenzio. In un mondo pieno di rumore, ci aiutano a ritrovare quella pace interiore nella quale Dio parla al nostro cuore.

Quante volte, durante l’adorazione, sono arrivata con il cuore agitato e sono tornata a casa con una pace che non sapevo spiegare. Non sempre ho ricevuto risposte, ma ho sempre ricevuto la certezza che Dio non mi aveva mai lasciata sola.

A volte, prima di iniziare il mio servizio di volontariato tra le corsie dell’ospedale della mia città, trascorro qualche momento in adorazione nella cappella dell’ospedale. Il mio turno è proprio il giovedì mattina, quando il cappellano espone il Santissimo, e per me è una gioia immensa trovare Gesù e parlare con Lui nel mio cuore prima di salire nei reparti. Mi affido a Lui per essere pronta a incontrare chiunque, e a infondere in ciascuno la certezza che Dio lo ama. Con un sorriso, con una carezza, con una parola di conforto, Dio mi fa sperimentare ogni volta che è presente tra quelle persone, proprio nelle corsie di quell’ospedale. È lì che il Signore si lascia incontrare: nei volti di chi soffre, di chi spera, di chi attende una buona notizia o semplicemente qualcuno che gli stia accanto.

Al termine di ogni turno porto nel cuore gli incontri vissuti e rendo grazie al Signore per ogni persona che mi ha fatto conoscere. Quanta umanità si incontra in quelle corsie! C’è tanta sofferenza, è vero, ma c’è anche una dignità che commuove, una forza silenziosa che insegna più di tante parole. Per questo, prima di tornare a casa, sento il bisogno di fermarmi ancora una volta nella cappella dell’ospedale. Lì affido al Signore tutti i volti incontrati, le loro lacrime, le loro speranze e le loro famiglie. E, con il cuore colmo di gratitudine, lo ringrazio perché, ancora una volta, mi ha permesso di riconoscerlo vivo e presente nelle sorelle e nei fratelli che ha posto sul mio cammino.

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Eppure, se ripenso a quegli anni, mi accorgo che tante volte ho pensato che quel servizio di volontariato fosse quasi vano. Mi domandavo se fossi davvero utile, se ne fossi all’altezza. Più di una volta, soprattutto prima del turno del giovedì mattina, mi chiedevo: «Ma che cosa ci vado a fare? Non rischio forse di disturbare? Di invadere la privacy di chi è ricoverato? O, peggio ancora, di intralciare il prezioso lavoro di medici e infermieri?». Erano domande che tornavano puntualmente ad affacciarsi nella mia mente.

Eppure, ogni volta che varcavo la soglia del reparto, il Signore sembrava rispondermi nel modo più bello: mi veniva incontro un’umanità straordinaria. Persone che, con sorprendente semplicità, aprivano il loro cuore, raccontavano la propria storia, le gioie e le ferite della famiglia, le paure e le speranze. Io ascoltavo quasi in religioso silenzio, consapevole di trovarmi davanti a qualcosa di straordinario. Quante volte mi sono trovata accanto a mamme alle prime armi, in preda all’ansia e ai timori per il proprio bambino: bastava una parola, un sorriso, un incoraggiamento — magari nato semplicemente dalla mia esperienza di mamma — perché nei loro occhi ritornasse un po’ di serenità.

Ogni volta rimanevo stupita. Era come se il buon Dio mi prendesse per mano e mi dicesse: «Non temere, ci sono io con te. Lasciati guidare». E così, quasi senza rendermene conto, diventavo una presenza rassicurante: non per i miei meriti, di certo, ma perché il Signore si serviva della mia povertà per raggiungere il cuore di qualcuno.

La conferma arrivava spesso anche fuori dalle mura dell’ospedale. Mi capitava di incontrare persone che mi riconoscevano come volontaria dell’AVULSS: si fermavano, mi salutavano con affetto e mi ringraziavano per un gesto, una parola o un sorriso che avevo donato loro durante il ricovero. Alcuni riprendevano il racconto della loro vita, magari aggiungendo episodi accaduti dopo la dimissione. Io, naturalmente, non potevo ricordare quanto era stato detto in ospedale: sono tante le persone che incontro ed è per me difficile ricordare volti e parole. Questo mi ha insegnato una grande verità: spesso sottovalutiamo il valore di un sorriso, di una parola buona, di un ascolto sincero o di un piccolo gesto compiuto con amore. Pensiamo che siano cose insignificanti, ma nelle mani di Dio possono diventare una carezza capace di ridare speranza. Forse non sapremo mai fino in fondo quanto bene possa fare un semplice atto di carità, ma il Signore lo conosce e lo custodisce nel cuore di chi lo riceve.

Con il tempo ho compreso che il Signore non mi chiedeva di risolvere i problemi di chi incontravo. Mi chiedeva semplicemente di esserci: una presenza discreta, un sorriso, una mano tesa, un ascolto sincero. È Dio che consola. È Dio che guarisce. È Dio che dona speranza. Noi siamo soltanto piccoli strumenti nelle sue mani. E quando ci lasciamo usare da Lui, anche il gesto più semplice può diventare un seme di eternità.

«Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio» (1Cor 3,9).

«Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7).

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Capitolo X — Tra le mani, il Pane della Vita

Tra i doni più grandi che il Signore mi ha fatto c’è senza dubbio il servizio come ministro straordinario della santa Comunione. Non avrei mai immaginato di esserne capace: mi sembrava un compito troppo grande per una persona piccola e fragile come me. Quando il sacerdote, alla fine della Messa, mi chiamò in disparte per chiedermi di svolgere questo ministero, mi sentii mancare. Con gli occhi colmi di lacrime gli domandai: «Padre, è davvero sicuro della sua scelta? Io sono troppo indegna per un servizio così grande».

Ricordo ancora la serenità con cui mi rispose: «E chi pensi che sia degno di questo servizio? Nessuno. Farai ciò per cui il Signore ti chiama».

Quelle parole entrarono nel profondo del mio cuore. Non cancellarono subito le mie paure, ma iniziarono lentamente a trasformarle in fiducia. Compresi che Dio non sceglie, anche in questo caso, secondo i criteri del mondo, ma guarda il cuore e rende capace chi si affida interamente a Lui.

Per molto tempo mi è stato difficile perfino attraversare il sagrato della chiesa. Mi sentivo così piccola davanti al mistero di Dio che ogni passo era accompagnato da un profondo senso di indegnità. Figuriamoci portare Gesù nelle case dei malati! Mi domandavo continuamente se ne fossi davvero all’altezza. Eppure, con timore e tremore, iniziai questo servizio, cercando di viverlo nell’umiltà e nell’abbandono alla volontà del Signore.

Ogni volta che aprivo la teca per deporvi le Ostie consacrate sentivo il cuore accelerare. Quasi trattenevo il respiro. Sapevo che tra le mie mani non c’era un semplice pane, ma il Corpo vivo di Cristo, il Pane della Vita disceso dal Cielo: stavo camminando con il Cielo accanto. Quando arrivo nelle case dei malati e pronuncio con voce commossa «Il Corpo di Cristo», ogni emozione lascia il posto a una pace profonda. È come se il tempo si fermasse. Quel momento non appartiene più a me, ma a Dio. Solo il mio Angelo Custode conosce fino in fondo ciò che il Signore mi ha fatto vivere e che continua a operare: il silenzio delle lacrime trattenute, le preghiere sussurrate lungo il cammino, le paure affidate a Dio e la gioia immensa di poter portare Gesù a chi lo attendeva con amore.

Quante volte, entrando nelle stanze della sofferenza, ho riconosciuto il volto di Gesù nei malati. I loro corpi erano segnati dalla malattia, ma i loro occhi custodivano una speranza che il dolore non era riuscito a spegnere. In loro vedevo Gesù sofferente, lo stesso Gesù che continua a rendersi presente in ogni persona provata dalla croce.

Ho incontrato tante persone che attendevano con grande fervore il giorno della Comunione. Per alcuni quella visita rappresentava il momento più bello della settimana: preparavano con cura un piccolo tavolo, una candela accesa, un’immagine cara della Madonna o di Gesù e una tovaglietta finemente ricamata. In realtà anch’io portavo con me tutto l’occorrente, in una borsa dove riponevo un piccolo crocifisso, un purificatoio e la teca, che poi collocavo con cura al centro della tovaglietta. Ma lasciavo a loro la gioia di preparare il luogo dove deporre Gesù durante la preghiera. A volte, a casa di qualche ammalato, mi facevano trovare dei fiori freschi che alla fine mi chiedevano di portare in chiesa, ai piedi della Vergine. La loro attesa era come quella di chi attende l’Amato.

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A volte accadevano situazioni impreviste. Accanto al malato c’era un parente, un amico o un figlio che, vedendomi arrivare, non sempre avrebbe voluto rimanere; spesso, però, dietro le insistenze dei familiari, restavano seduti a guardare. Il loro scetticismo era evidente. Ma io, per nulla intimorita, andavo avanti con la preghiera e alla fine mi fermavo a chiacchierare con il malato e con i familiari. E così, settimana dopo settimana, si ripeteva lo stesso copione: il familiare scettico che avrebbe preferito andare altrove piuttosto che rimanere lì, e i familiari che ogni volta insistevano perché partecipasse alla preghiera.

Un giorno, però, rimasi stupita proprio da quella persona: appena arrivai si alzò, come in un atto di riverenza verso Colui che stavo portando nella teca. Lo guardai stupita, ma non volli dare peso all’accaduto. Quando finimmo, mi accinsi a riporre tutto nella borsa e, incredibilmente, quella persona — che appresi essere il figlio della signora alla quale portavo la Comunione — iniziò a farmi tante domande sulla fede. Ancora un po’ stupita, risposi alle sue domande e, accennando un sorriso, mostrai di gradire la sua curiosità. Mi riferì di essere rimasto colpito dal mio modo di pormi, che a suo dire lasciava intravedere il grande Mistero racchiuso in quella piccola teca, e dalle parole che, sempre a suo dire, pronunciavo solennemente durante la preghiera. Figuriamoci , pensai, se fosse bastato quanto detto o fatto da me per indurre a un atteggiamento più disponibile chi da sempre si mostrava riluttante alle questioni di fede. E infatti non sbagliavo: era Lui che stava operando lentamente in quel cuore, rimuovendo il masso di incredulità che quell’uomo mostrava ogni volta. Al rientro da quella casa sentii il cuore gioire e non potei fare altro che affidarlo, nelle mie preghiere, a Gesù e a Maria.

Ecco perché ogni visita è per me una catechesi silenziosa, un’occasione per comprendere che la malattia, se accompagnata dalla fede, può diventare un faro luminoso per chi vive accanto al malato. Questo servizio mi dona continuamente l’opportunità di incontrare tante anime: alcune immerse nella fede, altre un po’ meno, ma tutte mi insegnano qualcosa. Chi vive lontano dalla fede lo si riconosce subito: si lascia facilmente travolgere dalle vicende del mondo ed è pieno di ansie e paure che lo inducono a non avere più speranza. Si arrende senza combattere e si fa trascinare dagli eventi, specialmente se dolorosi. Ecco perché Dio ci chiede di essere «il sale della terra» e «la luce del mondo» (cfr. Mt 5,13-14): vuole che la nostra testimonianza di vita sia reale e ben visibile, per ridare speranza agli afflitti. Noi siamo piccole lampade il cui olio è Gesù.

Ancora oggi che continuo a svolgere con grande amore questo servizio, il mio cuore è colmo di gratitudine. Se tante volte mi sento indegna, a una cosa non ho mai smesso di credere: Gesù ama servirsi della nostra piccolezza per manifestare la grandezza del suo amore. E se tra le mie mani passa il Pane della Vita, è solo perché, prima ancora di affidarmi quel dono immenso, il Signore aveva stretto le mie mani nelle sue.

C’è comunque una lezione che il ministero straordinario della Comunione mi ha insegnato nel corso degli anni e che nessun libro avrebbe potuto trasmettermi con la stessa profondità: prima ancora di portare l’Eucaristia, siamo chiamati a portare noi stessi, con un cuore disponibile all’ascolto.

Viviamo in una società in cui tutti hanno qualcosa da dire. Si parla continuamente, si scrivono messaggi, si commenta ogni avvenimento, ma si ascolta sempre meno. Eppure, entrando nelle case degli anziani, dei malati e di coloro che non possono più partecipare alla santa Messa, ho

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scoperto che uno dei bisogni più profondi dell’essere umano è proprio quello di essere ascoltato. Non è raro che, dopo aver salutato la persona e aver preparato il momento della Comunione, essa senta il desiderio di raccontare qualcosa della propria vita: a volte parla della malattia che sta affrontando, altre volte ricorda il coniuge che non c’è più, o un figlio lontano, o le sue paure, o una speranza, o semplicemente un episodio della giornata. Sono racconti che possono sembrare piccoli, ma che racchiudono un mondo interiore spesso nascosto agli occhi degli altri.

In quei momenti comprendo che il mio compito non è soltanto distribuire la santa Comunione. Sono chiamata anche a fermarmi, ad ascoltare senza fretta, senza interrompere, senza la pretesa di trovare sempre una risposta. L’ascolto è già una forma di amore. Quante persone soffrono non solo per il dolore fisico, ma perché si sentono dimenticate. Per molti la visita del ministro straordinario rappresenta l’unico incontro della giornata: è un volto amico che entra in casa, in punta di piedi, portando Gesù, ma anche la vicinanza della comunità cristiana. Ogni parola ascoltata con rispetto diventa una carezza che restituisce dignità.

Gesù stesso ci ha insegnato questo stile. Prima di parlare, ascoltava. Prima di compiere un miracolo, lasciava che le persone esprimessero il loro dolore. Non aveva mai fretta: guardava negli occhi, accoglieva e solo dopo donava la sua Parola. È questo il modello che desidero seguire nel mio ministero.

Con il passare del tempo ho capito anche un’altra verità: spesso siamo convinti di portare conforto agli altri, ma alla fine siamo noi a riceverlo. Ho incontrato persone inchiodate a un letto che possedevano una pace che molti, pur godendo di ottima salute, non riescono a trovare. Ho visto sorrisi che nascevano dalla fede, occhi che brillavano di speranza e mani consumate dalla sofferenza stringere il Corpo di Cristo con una devozione che mi ha profondamente commossa. E quando le loro mani erano impedite, erano i loro occhi a parlare.

Ogni visita diventa così una scuola di vita. Gli ammalati insegnano ad avere pazienza, gli anziani ricordano il valore della memoria, chi soffre ci mostra che anche il dolore può diventare preghiera quando viene affidato al Signore. Ogni incontro lascia nel cuore una traccia che continua a parlare anche dopo essere tornati a casa.

Accanto all’ascolto c’è un’altra realtà che ho imparato ad amare: il silenzio. Viviamo immersi nel rumore. Le nostre giornate sono continuamente accompagnate da suoni, notifiche, televisori accesi e parole che spesso si rincorrono senza lasciare spazio al cuore. Anche nella vita spirituale rischiamo di pensare che pregare significhi soltanto parlare. In realtà, una delle preghiere più profonde nasce proprio dal silenzio.

Quando porto l’Eucaristia nelle case cerco sempre di lasciare qualche istante di silenzio dopo la Comunione. È un momento semplice, ma straordinariamente intenso. Non occorrono molte parole quando Gesù è realmente presente: è Lui che consola, sostiene e guarisce le ferite invisibili. Quel silenzio non è un tempo vuoto: è uno spazio abitato dalla presenza di Dio.

Anche il ministro ha bisogno di questo silenzio. Prima di iniziare una visita mi piace raccogliermi interiormente e pregare: «Signore, oggi entra tu in questa casa. Fa’ che io non porti me stessa, ma soltanto Te». È una preghiera semplice, che mi ricorda che il protagonista del ministero non sono io — mai —, ma Cristo. E questo raccoglimento lo cerco anche quando, il

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giovedì mattina, mi accingo a svolgere il mio servizio di volontariato: cerco sempre un dialogo in cui chiedo a Gesù di venire con me nei reparti e di portare parole e conforto che provengano dal suo Cuore grande.

E quando la visita termina, porto con me i volti incontrati. Continuo a pregare per loro, affidando al Signore le loro sofferenze, le loro paure e le loro famiglie. Molte volte torno a casa in silenzio, quasi per custodire nel cuore ciò che ho vissuto. Alcuni incontri non hanno bisogno di essere raccontati: devono essere contemplati. Ho imparato che il silenzio è una forma di rispetto. È il luogo in cui Dio continua a operare senza fare rumore. È il linguaggio autentico dell’amore, quello che non cerca di mettersi al centro, ma lascia spazio all’azione dello Spirito Santo.

Ogni casa che si apre per accogliere l’Eucaristia diventa una piccola chiesa domestica. Ogni stanza si trasforma in un santuario. Ogni letto di sofferenza può diventare un altare sul quale vengono offerte a Dio le fatiche, le lacrime e le speranze di una vita. Ed è forse proprio questo il dono più grande che il Signore concede a un ministro straordinario della Comunione: scoprire che Cristo è già presente in quelle case prima ancora del nostro arrivo. Noi non facciamo altro che renderci strumenti della sua vicinanza.

Ogni volta che richiudo una porta alle mie spalle, sento di aver ricevuto molto più di quanto abbia donato. Entro pensando di portare Gesù, ma torno a casa con il cuore colmo di testimonianze di fede, di pazienza e di speranza che i malati e gli anziani mi hanno regalato. È allora che comprendo come questo ministero non trasformi soltanto la vita di chi riceve l’Eucaristia, ma converta ogni giorno anche il cuore di chi ha il privilegio di portarla.

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