Nel mio cammino di fede ho compreso una verità che porto nel cuore: i sacerdoti sono un dono immenso che Dio fa alla sua Chiesa. Senza di loro non avremmo l’Eucaristia, il perdono dei peccati nel sacramento della Riconciliazione, l’Unzione degli infermi e tanti altri doni della grazia. Per questo sento nel profondo il desiderio di rivolgere a tutti un invito: preghiamo per i nostri sacerdoti.
Ho sempre avuto un profondo rispetto e un grande amore per i sacerdoti, forse inculcati in me da mia nonna, che aveva sempre un pensiero — ma anche, più concretamente, un servizio da svolgere — per loro. Ricordo che li aiutava con premura in chiesa e che, a volte, amava preparare qualche delizia culinaria e farne loro dono. E spesso mi diceva: «Prega per loro e non giudicarli mai. Il loro è un servizio di amore per Dio, ma anche per tutti noi. Rinunciano a tutto: alla famiglia, a un lavoro, a tutto quello che la vita potrebbe offrire loro. Consegnano interamente la propria esistenza e si dedicano totalmente a Dio». Poi finiva col prendere la corona del Rosario e mi diceva dolcemente: «Adesso preghiamo per loro, che hanno tanto bisogno delle nostre preghiere».
Viviamo in un tempo in cui è facile criticare, giudicare o
soffermarsi sui limiti delle persone. Anche i sacerdoti, però, prima di essere ministri di Dio, sono uomini: hanno una storia, un carattere, sensibilità diverse e anche fragilità. Questo non toglie nulla alla grandezza della loro vocazione. Il sacerdozio che hanno ricevuto è un dono che li configura a Cristo e li accompagna per sempre. Non siamo chiamati a puntare il dito contro di loro, ma a sostenerli con la nostra preghiera. Quante volte, invece di parlare, giudicare o alimentare mormorazioni, sarebbe più bello inginocchiarsi davanti al Tabernacolo e affidare al Signore i nostri sacerdoti. Dio, che li ha scelti e chiamati proprio come i suoi Apostoli — i quali, allo stesso modo, non erano certo perfetti —, continua ad assisterli con la sua grazia e non smette mai di amarli.
Credo che ogni parrocchia, ogni fraternità, ogni gruppo ecclesiale dovrebbe sentirsi responsabile di pregare con costanza per i propri sacerdoti. Non servono grandi iniziative: basta un cuore fedele che intercede. Il silenzio della preghiera può fare molto di più di tante parole. Questa convinzione nasce anche da un’esperienza che vivo personalmente. Da tempo, con grande amore e fedeltà, portiamo avanti gli incontri della Passio, il giovedì sera e il venerdì pomeriggio. Sono momenti preziosi di contemplazione della Passione del Signore, nei quali non dimentichiamo mai di pregare per i sacerdoti: una preghiera che
ci educa a guardarli con gli occhi di Cristo, a sostenerli nelle fatiche del ministero e ad accompagnarli con affetto spirituale.
Se vogliamo davvero bene ai nostri sacerdoti, il dono più grande che possiamo fare loro è la nostra preghiera. Essa li sostiene nelle prove, li consola nelle difficoltà e ottiene per loro grazie che forse non conosceremo mai su questa terra. La Chiesa ha bisogno di sacerdoti santi, e la santità dei sacerdoti passa anche attraverso la preghiera del popolo di Dio. Parliamo meno dei sacerdoti e parliamo di più con Dio dei sacerdoti: è questo il modo più bello e più evangelico di amarli.
Anche in questa esperienza posso riconoscere con gratitudine la mano del Signore. È Lui che, con delicatezza e sapienza, ha unito i nostri cuori dando vita al gruppo di preghiera della Passio, nato come un piccolo germoglio dalla grande famiglia dell’Opera dei Santi Angeli. Chi avrebbe immaginato che da quell’incontro sarebbero nati legami così profondi nella fede? Settimana dopo settimana il Signore ci ha chiamati a ritrovarci per contemplare la sua Passione, pregare insieme e portare davanti a Lui le intenzioni della Chiesa, del mondo e, in modo particolare, dei nostri sacerdoti. Che gioia ritrovarci! Non è soltanto un appuntamento settimanale, ma un momento di grazia in cui ciascuno porta il proprio cuore e si lascia
trasformare dall’amore di Cristo. Nella preghiera impariamo ad ascoltare, a sostenerci reciprocamente, a condividere le sofferenze e le speranze, certi che il Signore è presente in mezzo a noi.
In questi incontri ho sperimentato quanto sia vera la promessa di Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). La comunione che nasce dalla preghiera è un dono prezioso: rafforza la fede, alimenta la speranza e ci rende più disponibili ad amare.
Per questo custodisco nel cuore il gruppo della Passio come uno dei doni più belli che il Signore mi abbia fatto lungo il mio cammino spirituale. Attraverso questa piccola comunità ho imparato ancora di più che la preghiera condivisa non cambia soltanto le situazioni: cambia anzitutto noi, rendendoci più vicini al Cuore di Cristo. Se qualcuno mi chiedesse quale sia il segreto della nostra perseveranza, risponderei senza esitazione: non è la nostra bravura, ma la fedeltà del Signore. È Lui che ci convoca, ci sostiene e ci dona la gioia di camminare insieme, uniti nella preghiera e nell’amore.
Così il Signore continua a scrivere la mia storia, servendosi anche degli angeli, che mi hanno fatto conoscere tante belle
anime disposte a condividere con me questo cammino.
Ci sono sacerdoti che, pur avendo già concluso il loro pellegrinaggio terreno, continuano a parlare al cuore della Chiesa con una forza sorprendente. La loro vita, le loro opere e i loro scritti sono ancora oggi una luce che illumina il cammino di tanti fedeli e, soprattutto, di coloro che hanno ricevuto il dono e la responsabilità del sacerdozio. Fin dall’inizio del mio cammino spirituale ho trovato in loro dei fari luminosi, guide sicure capaci di orientare i miei passi verso Cristo. Penso a san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, consumato dall’amore per il confessionale e per l’Eucaristia; e a Don Giuseppe Tomaselli, instancabile apostolo della Parola e della devozione.
«Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore.» La vita di questo santo è racchiusa tutta in questo suo pensiero.
Nacque a Dardilly, vicino a Lione, l’8 maggio 1786. I genitori erano contadini e lo avviarono ben presto al lavoro nei campi, tanto che arrivò all’età di diciassette anni senza aver ricevuto un’istruzione adeguata. Fu la madre a insegnargli le preghiere
che imparò a memoria, ed è ancora grazie a lei che maturò in lui un forte senso religioso e il desiderio di diventare sacerdote: «Se fossi prete, vorrei conquistare molte anime», confidò da ragazzo.
A ventinove anni fu ordinato sacerdote. Tre anni dopo, nel 1818, venne mandato ad Ars, un piccolo villaggio di appena duecentotrenta anime. Lì dedicò tutte le sue energie alla cura dei fedeli: fondò l’istituto della «Provvidenza» per accogliere gli orfani, visitò gli ammalati, si recò presso le famiglie più povere, restaurò la chiesa e organizzò le feste patronali.
Ma è nel sacramento della Confessione che la missione del Curato d’Ars si esprime al meglio: sempre disponibile all’ascolto e al perdono, trascorreva fino a sedici ore al giorno nel confessionale. Ogni giorno una folla di penitenti proveniente da ogni parte della Francia attendeva di confessarsi da lui, e questo valse al villaggio l’appellativo di «grande ospedale delle anime». Vianney stesso vegliava e digiunava per contribuire all’espiazione dei peccati dei fedeli. Diceva spesso di avere una ricetta per i peccatori che si confessavano da lui: al penitente dava una piccola penitenza, e il resto lo faceva lui al suo posto.
Donatosi interamente a Dio e ai suoi parrocchiani, morì il 4 agosto 1859, all’età di settantatré anni. Fu proclamato santo nel
da Pio XI, che nel 1929 lo dichiarò patrono di tutti i parroci del mondo. Nel 2009, in occasione del centocinquantesimo anniversario della sua morte, Benedetto XVI indisse un «Anno sacerdotale», per promuovere l’impegno di interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti e una loro più forte e incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi.
Ci sono sacerdoti che appartengono alla storia e sacerdoti che, in qualche modo, continuano a far parte del nostro cammino: hanno concluso il loro pellegrinaggio terreno, ma la loro voce non ha smesso di parlare. Le loro parole attraversano gli anni, raggiungono cuori che non hanno mai conosciuto il loro volto e diventano, per qualcuno, una luce lungo la strada. Per me, dopo il santo Curato d’Ars, uno di questi sacerdoti è don Giuseppe Tomaselli. Non lo considero soltanto una figura del passato, né un sacerdote del quale conoscere la biografia: lo sento come uno di quei testimoni che Dio, nella sua provvidenza, continua a mettere sulla nostra strada anche quando non possiamo più incontrarli di persona.
Don Giuseppe Tomaselli nacque a Biancavilla, ai piedi dell’Etna,
il 26 gennaio 1902, in una famiglia profondamente cristiana. Fin da giovane avvertì il desiderio del sacerdozio. Dopo gli studi nel piccolo seminario della sua città incontrò la spiritualità di don Bosco e scelse di entrare nella Congregazione Salesiana. L’8 luglio 1928 fu ordinato sacerdote. Da quel momento avrebbe dedicato tutta la sua vita alla salvezza delle anime. Fu insegnante, catechista, parroco, confessore, direttore spirituale, predicatore e, in alcuni periodi del suo ministero, anche esorcista. Morì a Messina nel 1989, dopo sessantun anni di sacerdozio.
Ma c’è una definizione che forse racchiude meglio la sua missione: «apostolo della buona stampa». Don Tomaselli scrisse moltissimi libretti, semplici, essenziali, profondamente spirituali. Non cercava una scrittura raffinata o destinata a pochi studiosi: voleva parlare alla gente, alla persona comune, a chi forse non avrebbe mai aperto un grande trattato di teologia ma poteva essere raggiunto da poche pagine capaci di suscitare una domanda, una conversione, un ritorno a Dio.
La sua penna diventò così una sorta di ministero. Scrivere, per lui, significava evangelizzare; diffondere un libretto significava raggiungere un’anima che nessun sacerdote avrebbe potuto incontrare personalmente. È questa dimensione del suo apostolato che mi colpisce in modo particolare, perché è proprio
così che ho incontrato don Tomaselli: attraverso quei libretti, e ne sono rimasta conquistata. Vuol dire che Dio può servirsi anche di strumenti semplicissimi per entrare nella vita delle persone. Una parola, una pagina, una preghiera possono diventare una piccola porta attraverso la quale la grazia entra nel cuore. Don Tomaselli non scriveva per lasciare un nome: scriveva perché desiderava che le anime conoscessero Dio. Credo che sia questo uno dei tratti più luminosi della sua figura.
La sua spiritualità aveva un centro preciso: Gesù. E accanto a Gesù l’Eucaristia, Maria, gli angeli, la preghiera, la confessione e quella continua attenzione alla salvezza dell’anima che attraversò tutto il suo ministero. La sua vita sacerdotale fu lunga e instancabile — quasi sessantun anni — vissuta con un unico grande desiderio: condurre le persone verso Dio.
E questo mi fa pensare anche al Curato d’Ars. Due sacerdoti lontani nel tempo, diversi per formazione, temperamento e ambiente, ma uniti da qualcosa di infinitamente più grande: la passione per le anime. Il Curato d’Ars consumò la sua vita, come già detto, nel confessionale, nell’adorazione, nella predicazione e nella preghiera. Don Tomaselli, accanto a tutto questo, percorse anche un’altra strada, affidando alla carta ciò che portava nel cuore. Entrambi, però, sembrano dirci la stessa cosa: un
sacerdote non appartiene a se stesso, la sua vita è un continuo dono a Dio e alle anime che incontra.
Oggi, mentre scrivo di loro, mi piace pensare che quella stessa voce che tanti anni fa ha raggiunto migliaia di anime possa raggiungere ancora oggi qualcuno; magari qualcuno che, in questo momento, ha bisogno di ritrovare la strada. Perché è questo che fanno i veri testimoni di Dio: non ci trattengono a sé, ma ci indicano la strada verso di Lui. E allora comprendo ancora meglio perché, nel mio cammino, senta vicine queste due figure di sacerdoti. Forse è proprio questa la più bella eredità che un sacerdote possa lasciare: non il ricordo di ciò che è stato, ma la luce di ciò che continua a generare negli altri.
Per dovere di cronaca, anche altri sacerdoti hanno attirato la mia curiosità e mi hanno spinta a conoscerne la vita e gli scritti. Penso a don Tonino Bello, vescovo italiano dal forte carisma profetico, simbolo di una Chiesa povera, vicina agli ultimi e impegnata in prima linea nella lotta non violenta per la pace e la giustizia sociale; egli ha promosso una visione della pace intesa non solo come assenza di guerra, ma come «convivialità delle differenze». È stato dichiarato venerabile nel 2021. Mi capita spesso di pubblicare sulle varie piattaforme di comunicazione (WhatsApp, Facebook e altre) sue frasi che lasciano trasparire lo
spessore di questo vescovo.
Un altro sacerdote che ho cercato di conoscere più a fondo è don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano, noto come «il prete dei miracoli» e ricordato da molti come il Padre Pio napoletano. È famoso per la celebre preghiera di abbandono «Gesù, pensaci Tu», e per la stima che Padre Pio nutriva nei suoi confronti. La sua vita fu segnata da grandi sofferenze e da ingiuste incomprensioni ecclesiastiche. Ha lasciato un’enorme produzione di scritti spirituali, compresi ampi commenti biblici.
«Vi preghiamo, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e amore, a motivo del loro lavoro» (1Ts 5,12-13).
Ogni volta che penso agli angeli, il mio cuore non può fare a meno di rivolgersi a Colei che il Signore ha costituito loro Regina: la Vergine Maria.
Gli angeli sono creature meravigliose, ma non desiderano mai porsi al centro della nostra attenzione.
Tutta la loro missione consiste nel condurre le anime a Dio e nel farci amare sempre di più Gesù. E chi meglio di Maria ha saputo accogliere, ascoltare e seguire la volontà del Padre?
L’arcangelo Gabriele entrò nella casa di Nàzaret con un annuncio destinato a cambiare la storia dell’umanità. Davanti a lui Maria non si lasciò prendere dalla paura, ma si affidò con umiltà al progetto di Dio. Da quel momento il cielo e la terra si incontrano nel suo «Eccomi».
Per questo motivo la Chiesa la invoca come Regina degli Angeli. Essi la servono con gioia e, nello stesso tempo, imparano da lei a guidare ogni anima verso Cristo. Lo vediamo bene nel racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-11): Maria si accorge che manca il vino e si rivolge a Gesù dicendo: «Non hanno vino» (Gv 2,3). Poi rivolge ai servitori una frase
importantissima: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Qui Maria non si sostituisce a Gesù e non attira l’attenzione su di sé: porta a Gesù, indica Gesù, invita ad ascoltare Lui. È proprio questa la dimensione della mediazione materna di Maria: chi si affida a lei viene condotto più profondamente al Figlio.
Ogni volta che recito il santo Rosario penso che il mio Angelo Custode preghi con me. Questa consapevolezza rende la mia preghiera più raccolta e più fiduciosa. Non sono sola: il Cielo intero accompagna chi cerca Dio con cuore sincero.
C’è un luogo nel quale la presenza degli angeli diventa particolarmente intensa: la santa Messa.
Spesso entriamo in chiesa distratti, affaticati e preoccupati, o peggio ancora parlando ad alta voce con altre persone. Eppure sull’altare accade qualcosa che i nostri occhi non possono vedere: mentre il sacerdote offre il Sacrificio di Cristo, tutta la corte celeste adora il Signore.
Quando cantiamo il «Santo, Santo, Santo» ci uniamo al canto incessante degli angeli davanti al trono di Dio. In quel momento il Cielo si apre sulla terra e noi partecipiamo a una liturgia che supera il tempo e lo spazio. Pensare a questa realtà cambia il
modo di vivere la Messa: ogni gesto diventa prezioso — il segno della croce, il silenzio, l’ascolto della Parola, la Comunione ricevuta con fede. Gli angeli ci aiutano a vivere tutto questo con maggiore amore e riverenza.
Se la santa Messa è il cuore della vita cristiana, l’Adorazione eucaristica è il luogo dove il cuore impara ad ascoltare. Davanti a Gesù realmente presente nel Santissimo Sacramento non servono molte parole: basta lasciarsi guardare da Lui. Anche qui gli angeli sono presenti. Essi adorano senza sosta il Signore e ci insegnano il valore del silenzio. Davanti al Santissimo non dobbiamo sempre parlare, chiedere o recitare preghiere. A volte la preghiera più profonda è semplicemente restare. Restare con Gesù, anche quando non sappiamo cosa dire, anche quando il cuore è stanco, o anche quando dentro di noi ci sono domande senza risposta.
Ne è esempio luminoso il santo Curato d’Ars, che trascorreva lunghe ore davanti al Tabernacolo, anche in silenzio, semplicemente alla presenza di Gesù. Si racconta che un giorno, incuriosito da un vecchio contadino che sostava a lungo in chiesa senza dire nulla, gli chiese che cosa facesse; e quello rispose: «Niente: io Lo guardo e Lui mi guarda». Non servivano molte parole: bastava stare lì, davanti a Gesù,
lasciandosi guardare da Lui.
Da quella risposta possiamo trarre una bellissima riflessione, capace di illuminare il nostro cammino di fede. Davanti al Santissimo non dobbiamo sempre parlare, chiedere o recitare: a volte la preghiera più profonda è semplicemente restare. Restare con Gesù, anche quando il cuore è stanco, anche quando dentro di noi ci sono domande senza risposta. Il Curato d’Ars ci insegna che l’adorazione è soprattutto un incontro d’amore: noi davanti a Lui e Lui davanti a noi. E quel silenzio, apparentemente vuoto, può diventare il luogo nel quale Gesù parla al cuore.
Quante volte, durante l’adorazione, sono arrivata con il cuore agitato e sono tornata a casa con una pace che non sapevo spiegare. Non sempre ho ricevuto risposte, ma ho sempre ricevuto la certezza che Dio non mi aveva mai lasciata sola.
A volte, prima di iniziare il mio servizio di volontariato tra le corsie dell’ospedale della mia città, trascorro qualche momento in adorazione nella cappella dell’ospedale. Il mio turno è proprio il giovedì mattina, quando il cappellano espone il Santissimo: è una gioia immensa poter incontrare Gesù e parlare con Lui prima di salire nei reparti. È lì che trovo la forza, la serenità e l’amore con cui desidero accostarmi a ogni persona che
incontrerò. Mi affido a Lui per essere pronta ad accogliere chiunque e a infondere in ciascuno la certezza che Dio lo ama. Con un sorriso, con una carezza, con una parola di conforto, Dio mi fa sperimentare ogni volta che è presente tra quelle persone, proprio nelle corsie di quell’ospedale. È lì che il Signore si lascia incontrare: nei volti di chi soffre, di chi spera, di chi attende una buona notizia o semplicemente qualcuno che gli stia accanto.
Al termine di ogni turno porto nel cuore gli incontri vissuti e rendo grazie al Signore per ogni persona che mi ha fatto conoscere. Quanta umanità si incontra in quelle corsie! C’è tanta sofferenza, è vero, ma c’è anche una dignità che commuove, una forza silenziosa che insegna più di tante parole. Per questo, prima di tornare a casa, sento il bisogno di fermarmi ancora una volta nella cappella dell’ospedale. Lì affido al Signore tutti i volti incontrati, le loro lacrime, le loro speranze e le loro famiglie. E, con il cuore colmo di gratitudine, lo ringrazio perché, ancora una volta, mi ha permesso di riconoscerlo vivo e presente nelle sorelle e nei fratelli che ha posto sul mio cammino.
Eppure, se ripenso a quegli anni, mi accorgo che tante volte ho pensato che quel servizio di volontariato fosse quasi vano. Mi
domandavo se fossi davvero utile, se ne fossi all’altezza. Più di una volta, soprattutto prima del turno del giovedì mattina, mi chiedevo: «Ma che cosa ci vado a fare? Non rischio forse di disturbare? Di invadere la privacy di chi è ricoverato? O, peggio ancora, di intralciare il prezioso lavoro di medici e infermieri?». Erano domande che tornavano puntualmente ad affacciarsi nella mia mente.
Eppure, ogni volta che varcavo la soglia del reparto, il Signore sembrava rispondermi nel modo più bello: mi veniva incontro un’umanità straordinaria. Persone che, con sorprendente semplicità, aprivano il loro cuore, raccontavano la propria storia, le gioie e le ferite della famiglia, le paure e le speranze. Io ascoltavo quasi in religioso silenzio, consapevole di trovarmi davanti a qualcosa di straordinario. Quante volte mi sono trovata accanto a mamme alle prime armi, in preda all’ansia e ai timori per il proprio bambino: bastava una parola, un sorriso, un incoraggiamento — magari nato semplicemente dalla mia esperienza di mamma — perché nei loro occhi ritornasse un po’ di serenità.
Ogni volta rimanevo stupita. Era come se il buon Dio mi prendesse per mano e mi dicesse: «Non temere, ci sono io con te. Lasciati guidare». E così, quasi senza rendermene conto,
diventavo una presenza rassicurante: non per i miei meriti, di certo, ma perché il Signore si serviva della mia povertà per raggiungere il cuore di qualcuno.
La conferma arrivava spesso anche fuori dalle mura dell’ospedale. Mi capitava di incontrare persone che mi riconoscevano come volontaria dell’AVULSS: si fermavano, mi salutavano con affetto e mi ringraziavano per un gesto, una parola o un sorriso che avevo donato loro durante il ricovero. Alcuni riprendevano il racconto della loro vita, magari aggiungendo episodi accaduti dopo la dimissione. Io, naturalmente, non potevo ricordare quanto era stato detto in ospedale: sono tante le persone che incontro ed è per me difficile ricordare volti e parole. Questo mi ha insegnato una grande verità: spesso sottovalutiamo il valore di un sorriso, di una parola buona, di un ascolto sincero o di un piccolo gesto compiuto con amore. Pensiamo che siano cose insignificanti, ma nelle mani di Dio possono diventare una carezza capace di ridare speranza. Forse non sapremo mai fino in fondo quanto bene possa fare un semplice atto di carità, ma il Signore lo conosce e lo custodisce nel cuore di chi lo riceve.
Con il tempo ho compreso che il Signore non mi chiedeva di risolvere i problemi di chi incontravo. Mi chiedeva
semplicemente di esserci: una presenza discreta, un sorriso, una mano tesa, un ascolto sincero. È Dio che consola. È Dio che guarisce. È Dio che dona speranza. Noi siamo soltanto piccoli strumenti nelle sue mani. E quando ci lasciamo usare da Lui, anche il gesto più semplice può diventare un seme di eternità.
«Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio» (1Cor 3,9).
«Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7).
Tra i doni più grandi che il Signore mi ha fatto c’è senza dubbio il servizio come ministro straordinario della santa Comunione. Non avrei mai immaginato di esserne capace: mi sembrava un compito troppo grande per una persona piccola e fragile come me. Quando il sacerdote, alla fine della Messa, di tanti anni fa, mi chiamò in disparte per chiedermi di svolgere questo ministero, mi sentii mancare. Con gli occhi colmi di lacrime gli domandai: «Padre, è davvero sicuro della sua scelta? Io sono troppo indegna per un servizio così grande».
Ricordo ancora la serenità con cui mi rispose: «E chi pensi che sia degno di questo servizio? Nessuno. Farai ciò per cui il Signore ti chiama».
Quelle parole entrarono nel profondo del mio cuore. Non cancellarono subito le mie paure, ma iniziarono lentamente a trasformarle in fiducia. Compresi che Dio non sceglie, anche in questo caso, secondo i criteri del mondo, ma guarda il cuore e rende capace chi si affida interamente a Lui.
Per molto tempo mi è stato difficile perfino attraversare il sagrato della chiesa. Mi sentivo così piccola davanti al mistero di Dio che ogni passo era accompagnato da un profondo
senso di indegnità. Figuriamoci portare Gesù nelle case dei malati! Mi domandavo continuamente se ne fossi davvero all’altezza. Eppure, con timore e tremore, iniziai questo servizio, cercando di viverlo nell’umiltà e nell’abbandono alla volontà del Signore.
Ogni volta che aprivo la teca per deporvi le Ostie consacrate sentivo il cuore accelerare. Quasi trattenevo il respiro. Sapevo che tra le mie mani non c’era un semplice pane, ma il Corpo vivo di Cristo, il Pane della Vita disceso dal Cielo: stavo camminando con il Cielo accanto. Quando arrivo nelle case dei malati e pronuncio con voce commossa «Il Corpo di Cristo», ogni emozione lascia il posto a una pace profonda. È come se il tempo si fermasse. Quel momento non appartiene più a me, ma a Dio. Solo il mio Angelo Custode conosce fino in fondo ciò che il Signore mi ha fatto vivere e che continua a operare: il silenzio delle lacrime trattenute, le preghiere sussurrate lungo il cammino, le paure affidate a Dio e la gioia immensa di poter portare Gesù a chi lo attendeva con amore.
Quante volte, entrando nelle stanze della sofferenza, ho riconosciuto il volto di Gesù nei malati. I loro corpi erano segnati dalla malattia, ma i loro occhi custodivano una speranza che il dolore non era riuscito a spegnere. In loro vedevo Gesù
sofferente, lo stesso Gesù che continua a rendersi presente in ogni persona provata dalla croce.
Ho incontrato tante persone che attendevano con grande fervore il giorno della Comunione. Per alcuni quella visita rappresentava il momento più bello della settimana: preparavano con cura un piccolo tavolo, una candela accesa, un’immagine cara della Madonna o di Gesù e una tovaglietta finemente ricamata. In realtà anch’io portavo con me tutto l’occorrente, in una borsa dove riponevo un piccolo crocifisso, un purificatoio e la teca, che poi collocavo con cura al centro della tovaglietta. Ma lasciavo a loro la gioia di preparare il luogo dove deporre Gesù durante la preghiera. A volte, a casa di qualche ammalato, mi facevano trovare dei fiori freschi che alla fine mi chiedevano di portare in chiesa, ai piedi della Vergine. La loro attesa era come quella di chi attende l’Amato.
A volte accadevano situazioni impreviste. Accanto al malato c’era un parente, un amico o un figlio che, vedendomi arrivare, non sempre sarebbe voluto rimanere; spesso, però, dietro le insistenze dei familiari, restavano seduti a guardare. Il loro scetticismo era evidente. Ma io, per nulla intimorita, andavo avanti con la preghiera e alla fine mi fermavo a chiacchierare con il malato e con i familiari. E così, settimana dopo settimana, si
ripeteva lo stesso copione: il familiare scettico che avrebbe preferito andare altrove piuttosto che rimanere lì, e i familiari che ogni volta insistevano perché partecipasse alla preghiera.
Un giorno, però, rimasi stupita proprio da quella persona: appena arrivai si alzò, come in un atto di riverenza verso Colui che stavo portando nella teca. Lo guardai stupita, ma non volli dare peso all’accaduto. Quando finimmo, mi accinsi a riporre tutto nella borsa e, incredibilmente, quella persona — che appresi essere il figlio della signora alla quale portavo la Comunione — iniziò a farmi tante domande sulla fede. Ancora un po’ stupita, risposi alle sue domande e, accennando un sorriso, mostrai di gradire la sua curiosità. Mi riferì di essere rimasto colpito dal mio modo di pormi, che a suo dire lasciava intravedere il grande Mistero racchiuso in quella piccola teca, e dalle parole che, sempre a suo dire, pronunciavo solennemente durante la preghiera. «Figuriamoci», pensai, «se fosse bastato quanto detto o fatto da me per indurre a un atteggiamento più disponibile chi da sempre si mostrava riluttante alle questioni di fede». E infatti non sbagliavo: era Lui che stava operando lentamente in quel cuore, rimuovendo il masso di incredulità che quell’uomo mostrava ogni volta. Al rientro da quella casa sentii il cuore gioire e non potei fare altro che affidarlo, nelle mie preghiere, a Gesù e a Maria.
Ecco perché ogni visita è per me una catechesi silenziosa, un’occasione per comprendere che la malattia, se accompagnata dalla fede, può diventare un faro luminoso per chi vive accanto al
malato. Questo servizio mi dona continuamente l’opportunità di incontrare tante anime: alcune immerse nella fede, altre un po’ meno, ma tutte mi insegnano qualcosa. Chi vive lontano dalla fede lo si riconosce subito: si lascia facilmente travolgere dalle vicende del mondo ed è pieno di ansie e paure che lo inducono a non avere più speranza. Si arrende senza combattere e si fa trascinare dagli eventi, specialmente se dolorosi. Ecco perché Dio ci chiede di essere «il sale della terra» e «la luce del mondo» (cfr. Mt 5,13-14): vuole che la nostra testimonianza di vita sia reale e ben visibile, per ridare speranza agli afflitti. Noi siamo piccole lampade il cui olio è Gesù.
Ancora oggi che continuo a svolgere con grande amore questo servizio, il mio cuore è colmo di gratitudine. Se tante volte mi sento indegna, a una cosa non ho mai smesso di credere: Gesù ama servirsi della nostra piccolezza per manifestare la grandezza del suo amore. E se tra le mie mani passa il Pane della Vita, è solo perché, prima ancora di affidarmi quel dono immenso, il Signore aveva stretto le mie mani nelle sue.
C’è comunque una lezione che il ministero straordinario della Comunione mi ha insegnato nel corso degli anni e che nessun libro avrebbe potuto trasmettermi con la stessa profondità: prima ancora di portare l’Eucaristia, siamo chiamati a portare noi stessi, con un cuore disponibile all’ascolto.
Viviamo in una società in cui tutti hanno qualcosa da dire. Si parla continuamente, si scrivono messaggi, si commenta ogni avvenimento, ma si ascolta sempre meno. Eppure, entrando nelle case degli anziani, dei malati e di coloro che non possono più partecipare alla santa Messa, ho scoperto che uno dei bisogni più profondi dell’essere umano è proprio quello di essere ascoltato. Non è raro che, dopo aver salutato la persona e aver preparato il momento della Comunione, essa senta il desiderio di raccontare qualcosa della propria vita: a volte parla della malattia che sta affrontando, altre volte ricorda il coniuge che non c’è più, o un figlio lontano, o le sue paure, o una speranza, o semplicemente un episodio della giornata. Sono racconti che possono sembrare piccoli, ma che racchiudono un mondo interiore spesso nascosto agli occhi degli altri.
In quei momenti comprendo che il mio compito non è soltanto distribuire la santa Comunione. Sono chiamata anche a fermarmi, ad ascoltare senza fretta, senza interrompere, senza la
pretesa di trovare sempre una risposta. L’ascolto è già una forma di amore. Quante persone soffrono non solo per il dolore fisico, ma perché si sentono dimenticate. Per molti la visita del ministro straordinario rappresenta l’unico incontro della giornata: è un volto amico che entra in casa, in punta di piedi, portando Gesù, ma anche la vicinanza della comunità cristiana. Ogni parola ascoltata con rispetto diventa una carezza che restituisce dignità.
Gesù stesso ci ha insegnato questo stile. Prima di parlare, ascoltava. Prima di compiere un miracolo, lasciava che le persone esprimessero il loro dolore. Non aveva mai fretta: guardava negli occhi, accoglieva e solo dopo donava la sua Parola. È questo il modello che desidero seguire nel mio ministero.
Con il passare del tempo ho capito anche un’altra verità: spesso siamo convinti di portare conforto agli altri, ma alla fine siamo noi a riceverlo. Ho incontrato persone inchiodate a un letto che possedevano una pace che molti, pur godendo di ottima salute, non riescono a trovare. Ho visto sorrisi che nascevano dalla fede, occhi che brillavano di speranza e mani consumate dalla sofferenza stringere il Corpo di Cristo con una devozione che mi ha profondamente commossa. E quando le loro mani erano impedite, erano i loro occhi a parlare.
Ogni visita diventa così una scuola di vita. Gli ammalati insegnano ad avere pazienza, gli anziani ricordano il valore della memoria, chi soffre ci mostra che anche il dolore può diventare preghiera quando viene affidato al Signore. Ogni incontro lascia nel cuore una traccia che continua a parlare anche dopo essere tornati a casa.
Accanto all’ascolto c’è un’altra realtà che ho imparato ad amare: il silenzio. Viviamo immersi nel rumore. Le nostre giornate sono continuamente accompagnate da suoni, notifiche, televisori accesi e parole che spesso si rincorrono senza lasciare spazio al cuore. Anche nella vita spirituale rischiamo di pensare che pregare significhi soltanto parlare. In realtà, una delle preghiere più profonde nasce proprio dal silenzio.
Quando porto l’Eucaristia nelle case cerco sempre di lasciare qualche istante di silenzio dopo la Comunione. È un momento semplice, ma straordinariamente intenso. Non occorrono molte parole quando Gesù è realmente presente: è Lui che consola, sostiene e guarisce le ferite invisibili. Quel silenzio non è un tempo vuoto: è uno spazio abitato dalla presenza di Dio.
Anche il ministro ha bisogno di questo silenzio. Prima di iniziare una visita mi piace raccogliermi interiormente e pregare:
«Signore, oggi entra tu in questa casa. Fa’ che io non porti me stessa, ma soltanto Te». È una preghiera semplice, che mi ricorda che il protagonista del ministero non sono io — mai —, ma Cristo. E questo raccoglimento lo cerco anche quando, il giovedì mattina, mi accingo a svolgere il mio servizio di volontariato: cerco sempre un dialogo in cui chiedo a Gesù di venire con me nei reparti e di portare parole e conforto che provengano dal suo Cuore grande.
E quando la visita termina, porto con me i volti incontrati. Continuo a pregare per loro, affidando al Signore le loro sofferenze, le loro paure e le loro famiglie. Molte volte torno a casa in silenzio, quasi per custodire nel cuore ciò che ho vissuto. Alcuni incontri non hanno bisogno di essere raccontati: devono essere contemplati. Ho imparato che il silenzio è una forma di rispetto. È il luogo in cui Dio continua a operare senza fare rumore. È il linguaggio autentico dell’amore, quello che non cerca di mettersi al centro, ma lascia spazio all’azione dello Spirito Santo.
Ogni casa che si apre per accogliere l’Eucaristia diventa una piccola chiesa domestica. Ogni stanza si trasforma in un santuario. Ogni letto di sofferenza può diventare un altare sul quale vengono offerte a Dio le fatiche, le lacrime e le speranze di
una vita. Ed è forse proprio questo il dono più grande che il Signore concede a un ministro straordinario della Comunione: scoprire che Cristo è già presente in quelle case prima ancora del nostro arrivo. Noi non facciamo altro che renderci strumenti della sua vicinanza.
Ogni volta che richiudo una porta alle mie spalle, sento di aver ricevuto molto più di quanto abbia donato. Entro pensando di portare Gesù, ma torno a casa con il cuore colmo di testimonianze di fede, di pazienza e di speranza che i malati e gli anziani mi hanno regalato. È allora che comprendo come questo ministero non trasformi soltanto la vita di chi riceve l’Eucaristia, ma converta ogni giorno anche il cuore di chi ha il privilegio di portarla.
Ci sono momenti nella vita in cui Dio sembra tacere. Lo cerchi nella preghiera, lo chiami, gli affidi le tue paure, le persone che ami, le situazioni che non riesci a comprendere… eppure non arriva nessuna risposta. Non senti quella consolazione che speravi, non trovi una spiegazione, non vedi cambiare ciò per cui stai pregando. Ed è allora che, nel silenzio del cuore, può nascere una domanda: «Signore, dove sei?».
È una domanda che forse abbiamo avuto paura di rivolgere a Dio. Eppure credo che Dio non si offenda davanti alle nostre domande: conosce già ciò che portiamo nel cuore, conosce le nostre paure, le nostre inquietudini, le nostre lacrime.
Ci sono silenzi che fanno paura. Il silenzio davanti a una malattia. Il silenzio davanti alla sofferenza di una persona che amiamo. Il silenzio di quando chiediamo a Dio di intervenire e tutto sembra rimanere immutato. Il silenzio davanti alla morte. Eppure, con il tempo, ho imparato che il silenzio di Dio non significa necessariamente la sua assenza. Forse è proprio nel silenzio che la nostra fede è chiamata a diventare vera. Quando Dio non ci dà una risposta immediata, ci chiede di fidarci della sua presenza; quando non ci mostra tutta la strada, ci invita a compiere il passo successivo; quando non
comprendiamo il perché di ciò che accade, ci chiede di continuare a camminare con Lui.
Ed è proprio allora che penso agli angeli. Gli angeli non fanno rumore, non hanno bisogno di imporsi. Nella Sacra Scrittura li incontriamo nei momenti decisivi: portano un messaggio, accompagnano, custodiscono, confortano. Sono creature di Dio e ci ricordano che il Cielo non è indifferente alla vita dell’uomo. Mi piace pensare che anche nei nostri silenzi più profondi ci sia una presenza che non vediamo.
Questo non significa trasformare ogni avvenimento in un segno straordinario. La fede non è superstizione. Gli angeli non sono amuleti, né creature da cercare per ottenere protezione o favori: appartengono a Dio, ed è così che dovremmo pensarli, anche se il buon Dio ha voluto porli accanto a noi come una presenza discreta che ci protegge e ci guida verso di Lui. Questo non ci vieta di pregarli perché ci aiutino nella nostra vita; è chiaro, però, che il loro intervento è tanto più efficace quanto più la nostra volontà coincide con quella di Dio. Occorre ricordare che gli angeli non servono noi, ma Dio, ed è in questa luce che intervengono. Siamo creature che pensano e agiscono in libertà, scegliendo se servire il bene o il male: tocca a noi schierarci.
A volte sento qualcuno dire con leggerezza di aver invocato il proprio angelo per trovare parcheggio in una via congestionata, e di averlo trovato subito. Penso che non si dovrebbe ridurre il proprio angelo a necessità di questo genere. Dovremmo avere il buon senso di rivolgergli il pensiero e la preghiera nei bisogni reali, e di solito per ciò che riguarda il nostro cammino di fede. È pur vero che sarebbe bello avere con il proprio Angelo Custode una familiarità che abbraccia anche la quotidianità; ma non fino al punto di svilire la sua vera missione, che è condurci alla salvezza nel Regno dei Cieli. D’altronde, anche i molti santi che ebbero grande familiarità con il proprio angelo se ne avvalsero, per volontà di Dio, in cose che riguardavano la fede.
Ed è proprio per queste ragioni che, quando penso a loro, penso alla tenerezza con cui Dio si prende cura di noi. Dio non smette mai di accompagnarci, e gli angeli, nella loro misteriosa e discreta presenza, ci ricordano proprio questo. Mi viene alla mente Gesù nel Getsèmani: mentre invocava aiuto dal Padre, gli apparve un angelo per confortarlo (cfr. Lc 22,43). L’angelo non allontana il calice, non fa scomparire la sofferenza, non cambia ciò che sta per accadere. Lo conforta. Forse è questo che gli angeli fanno anche nella nostra vita: non sempre tolgono il nostro dolore, ma ci aiutano a non soccombere; non sempre cambiano le circostanze, ma ci ricordano che non siamo soli
dentro quelle circostanze; non sempre ci danno delle risposte, ma ci aiutano a continuare a fidarci di Dio anche quando la risposta non arriva.
Questa verità l’ho compresa negli ultimi mesi di vita di mio padre. È morto il 7 febbraio 2022. Negli ultimi mesi io e mia sorella ci siamo prese cura di lui, insieme alla mamma, che già lo accudiva da tempo con grande amore. La sua salute si era fatta sempre più fragile e lentamente la nostra vita quotidiana era cambiata: le giornate erano scandite dalle sue necessità, dalle sue difficoltà, dalla preoccupazione e dal desiderio di stargli vicino il più possibile.
Qualche mese prima della morte, precisamente nel novembre del 2021, accadde qualcosa che ancora custodisco nel cuore. Eravamo nella cucina della casa dei miei genitori: c’eravamo io, mia madre e mio padre. Guardavamo la televisione, in un momento apparentemente normale della nostra quotidianità. A un certo punto mio padre si girò verso mia madre, ma sembrava guardare oltre di lei. Il suo sguardo era attento, come se stesse osservando qualcuno; sembrava anche ascoltare qualcuno che gli stava parlando. Poi si voltò di nuovo e disse: «Mi stanno dicendo che fra un po’ dovrò morire».
Io e mia madre rimanemmo senza parole. Ricordo ancora il senso di smarrimento che provammo. Poi, appena ripresi lucidità, gli chiesi: «Papà, chi te lo dice?». E lui, con assoluta naturalezza, mi rispose: «Non vedi questi ragazzi seduti che mi stanno parlando?». Ma io non vidi nessuno. Non sapevo che cosa pensare: se attribuirlo alla malattia, alla sua condizione, alla stanchezza o a qualcosa che io non riuscivo a comprendere. E non volli dare subito una spiegazione. Forse alcune esperienze hanno bisogno semplicemente di essere custodite.
Nei mesi successivi mio padre si aggravò molto. Trascorreva sempre più tempo a letto e sempre meno seduto. Le sue forze diminuivano e per noi diventava sempre più importante non lasciarlo solo neppure la notte, anche perché volevamo alleggerire il peso enorme che nostra madre aveva sostenuto, pur con grande amore e dedizione. Così ci accordammo con mia sorella per alternarci accanto a lui: una notte per una.
Nelle notti in cui restavo accanto al suo letto, adagiata su una poltrona, potevo guardarlo e accudirlo nelle necessità del momento. Erano notti lunghe e faticose, perché non riuscivamo a chiudere occhio; notti in cui il silenzio della casa sembrava ancora più profondo. A volte vedevo mio padre mettersi a stento seduto sul letto e cominciare a parlare. Sembrava anche
rispondere alle domande di qualcuno. Io rimanevo in silenzio a osservarlo, senza volerlo interrompere in quel dialogo che per me era solitario. Al mattino gli chiedevo con chi avesse parlato quella notte, e lui mi raccontava che nella sua stanza c’era spesso un giovane dall’aspetto bellissimo che gli rivolgeva domande attinenti alla fede, del tipo: «Credi in Cristo?». Almeno, questo è ciò che lui mi raccontava e che io intuivo dalle risposte che sembrava dare. Quasi sempre mi chiedeva se lo avessi visto anch’io, e naturalmente rispondevo di no. Quelle parole cominciarono a suscitare in me tante domande, alle quali non volli dare, almeno in quel tempo, alcuna spiegazione: ero più concentrata a dedicare il mio tempo e il mio aiuto alle sue necessità.
In altre notti, invece, accadeva qualcosa di diverso: mio padre si agitava e spesso gridava come spaventato, e con le mani sembrava allontanare qualcosa o qualcuno che gli procurava inquietudine. Io ero accanto a lui e con voce calma e serena cercavo di tranquillizzarlo. Anche se sul momento non volevo dare spiegazioni all’accaduto, mi capitava spesso di recitare il Rosario e di invocare la Vergine perché lo rasserenasse; altre volte prendevo dell’acqua benedetta e la spargevo sul letto e nella stanza. In quei momenti, tra mille difficoltà, non si ha modo di pensare a una dimensione meno terrena né di elaborare tesi
particolari, perché la stanchezza fisica e mentale assorbe tutte le energie. Rimanevo concentrata su quanto potessi fare per aiutare mio padre a vivere quei momenti nel modo migliore possibile.
Solo dopo, con il passare del tempo, ho iniziato a rileggere quelle esperienze con gli occhi della fede. E oggi sento di doverlo fare con grande prudenza. Non so chi fosse quel ragazzo che mio padre mi descriveva, e non posso affermare con certezza che fosse il suo Angelo Custode. Non so realmente che cosa accadesse nella sua percezione, e non voglio trasformare un’esperienza così delicata in qualcosa che non posso dimostrare. Posso però dire che quei ricordi suscitano in me una grande emozione. Mi hanno fatto comprendere che la vita e la morte custodiscono un mistero molto più grande di noi; mi hanno insegnato che davanti alla morte le nostre spiegazioni diventano piccole; e mi hanno fatto pensare che forse, proprio quando l’uomo si avvicina alla soglia dell’eternità, il mistero del Cielo può farsi per lui più vicino. Forse… e va bene anche così. Perché la fede non deve spiegare tutto: sa anche sostare in silenzio davanti al mistero.
Oggi, quando ripenso a quelle notti, non cerco più una spiegazione. Le custodisco e le affido a Dio. E mi piace pensare
che, mentre io sedevo su quella poltrona accanto al letto di mio padre, cercando di proteggerlo e di rassicurarlo con la mia presenza, Dio fosse accanto a entrambi.
Io non vedevo ciò che vedeva lui. Ma quell’esperienza mi ha insegnato qualcosa che va oltre ciò che mio padre poteva vedere: non sempre siamo chiamati a vedere, a volte siamo chiamati semplicemente a rimanere. Rimanere accanto a chi soffre. Rimanere anche se non abbiamo risposte. Rimanere anche quando la preghiera sembra non cambiare nulla. Rimanere quando il nostro cuore vorrebbe fuggire davanti al dolore. Rimanere, e basta: forse anche questo è un modo di amare.
Negli ultimi mesi della vita di mio padre io non potevo guarirlo, non potevo fermare il tempo, non potevo impedire che arrivasse quel 7 febbraio. Potevo solo esserci. E forse, in quelle notti, la cosa più importante non era capire chi lui vedesse, ma che io fossi lì, accanto a lui.
E mentre cercavo di custodire lui, anch’io sentivo il bisogno di essere custodita, incoraggiata e sorretta nei momenti più tristi. Anche lì ho avuto la consapevolezza di essere sorretta e amata: in quei momenti di tristezza, in cui anche la stanchezza fisica si fa sentire, sarebbe stato facile crollare e non riuscire più ad aiutare
come occorreva. Invece, nonostante la tristezza che spesso insorgeva, mi sentivo il cuore grato e pieno di amore per avermi concesso di stare lì, esattamente dove tanti a volte fuggono per paura della sofferenza.
Ecco perché penso che Dio, anche in quei momenti tristi e bui, mi abbia dato conforto attraverso gli angeli, e che con la loro presenza mi abbiano infuso quella fiducia e quella speranza che solo Dio può donare. Gli angeli, creature così delicate e forti, in un cielo nuvoloso hanno saputo lasciarmi intravedere Dio. Sussurravano al mio cuore: «Non avere paura, Dio è qui con noi».
E nei giorni che verranno, se dovesse affacciarsi di nuovo l’ombra delle nuvole, vorrei semplicemente dire: «Signore, io non capisco tutto, ma mi fido di Te; Signore, aiutami a fidarmi». Perché forse la fede più grande non è quella di chi pensa di avere tutte le risposte, ma di chi, pur non comprendendo, continua a tenere la mano di Dio.
E quando Dio sembra tacere, gli angeli restano. Restano custodi silenziosi, restano come messaggeri della sua presenza, restano come richiamo discreto del Cielo, e soprattutto ci indicano sempre la stessa direzione: la strada verso Dio.
Angelo di Dio, quando il silenzio mi fa paura, rimani accanto a me. Quando non comprendo ciò che accade, aiutami a non perdere la fiducia. Quando la mia preghiera diventa soltanto un sospiro, portalo davanti al cuore di Dio. Quando le lacrime scendono senza parole, ricordami che Dio le conosce tutte. Quando mi sento sola, ricordami che il Cielo non mi ha dimenticata. Custodisci coloro che soffrono, accompagna chi è vicino
alla morte e consola chi rimane. E se un giorno dovessi trovarmi davanti a un silenzio che non comprendo, insegnami a non avere paura. Non permettere che io cerchi te più di Dio, ma conducimi sempre verso di Lui. Custodisci i miei passi, sostieni la mia fede, proteggi il mio cuore e insegnami a riconoscere la presenza di Dio anche nel silenzio. E quando non avrò più la forza di dire «Signore, mi fido di Te», aiutami semplicemente a dire: «Gesù, io resto con Te». Amen.
Ci sono incontri che nascono all’improvviso, quasi come se una persona entrasse nella nostra vita in un momento preciso e senza preavviso. E poi ce ne sono altri che cominciano molto prima che noi ce ne rendiamo conto: incontri che Dio prepara lentamente, attraverso luoghi, persone, circostanze e piccoli segni, fino a quando arriva il momento in cui comprendiamo che quella presenza era già entrata nel nostro cammino.
Il mio incontro con suor Chiara Di Mauro è stato proprio così. Prima ancora di conoscerla attraverso la sua storia, avevo imparato a conoscere il luogo nel quale aveva tanto pregato: la Grotta di Grottasanta. Frequentando la chiesa e la Grotta avevo cominciato ad avvertire qualcosa di particolare in quel luogo. La Grotta non è soltanto uno spazio raccolto dove fermarsi a pregare: è un luogo che invita spontaneamente al silenzio. Le pareti di roccia, la luce, la semplicità dell’ambiente e quella particolare atmosfera che vi si respira sembrano aiutare l’anima a distaccarsi, almeno per qualche momento, dal rumore del mondo.
Spesso, insieme ad alcune amiche, ci ritrovavamo nella Grotta prima della Messa del mattino per recitare il santo Rosario.
Erano momenti semplici, ma proprio per questo preziosi. Ci sedevamo, iniziavamo la preghiera e, quasi naturalmente, il silenzio del luogo ci avvolgeva. E in quel silenzio parlavamo anche di suor Chiara. Non la conoscevamo ancora bene: conoscevamo il suo nome, qualche episodio della sua vita, ciò che ci veniva raccontato dai frati e pochi cenni scritti su un libretto che avevamo in fotocopia. Sapevamo che aveva amato profondamente quella Grotta e che vi si ritirava a pregare. Ma, stando lì, avevamo la sensazione che la sua presenza fosse ancora in qualche modo percepibile. Ci capitava di guardarci e di dirci che sembrava quasi che quelle pareti avessero custodito le sue preghiere.
Forse è difficile spiegare razionalmente una sensazione del genere. Eppure esistono luoghi nei quali si avverte che tante anime belle hanno pregato, pianto, sperato e affidato a Dio le proprie sofferenze. E quando una persona ha vissuto una vita profondamente unita al Signore, si ha l’impressione che anche i luoghi da lei abitati nella preghiera conservino qualcosa di quella storia. La Grotta, per me, era diventata anche questo, e lo è ancora: un luogo nel quale potevo immaginare suor Chiara raccolta davanti a Dio, immersa nel silenzio, intenta a consegnargli la propria vita e quella di tante persone che portava nel cuore. Prima ancora di conoscere bene la sua storia, avevo
dunque incontrato la sua preghiera.
Anche i frati, nel tempo, ci parlavano di lei, insieme a un’altra anima altrettanto devota, Giuseppe Veneziano, l’eremita della Grotta.
Tra le figure che hanno lasciato un’impronta profonda nella storia spirituale di Grottasanta c’è anche il Servo di Dio Giuseppe Veneziano, nato ad Augusta e vissuto a Siracusa tra il XVI e il XVII secolo. Uomo semplice, lavoratore, sposo e padre di numerosi figli, visse la fede nel quotidiano con intensa dedizione, fino a scegliere, rimasto vedovo e ormai anziano, una vita più appartata e consacrata alla preghiera. Fu proprio nella grotta di Cozzo Romito, l’attuale Grotta Santa, che Giuseppe si ritirava ogni giorno per pregare davanti al Crocifisso, meditare la Passione di Cristo e vivere momenti di penitenza. Il suo esempio attirò altri fedeli che cominciarono a unirsi a lui nella preghiera, dando origine alla Congregazione di Gesù e Maria della Grotta, approvata dal vescovo nel 1643.
È così che la Grotta divenne, nel tempo, un luogo profondamente segnato dalla preghiera e dalla presenza di uomini e donne alla ricerca di Dio. La sua memoria rimane ancora oggi parte dell’identità spirituale di Grottasanta. vissuto
in un’epoca ben diversa da quella di suor Chiara ma che amava ugualmente ritirarsi in questa Grotta per pregare in modo più raccolto. Attraverso i loro racconti la figura di suor Chiara diventava sempre più vicina. Non era più soltanto il nome di una persona del passato, ma una donna che aveva vissuto proprio lì, nella nostra città, tra quelle strade, quella gente e quella Grotta che ormai faceva parte anche della mia vita.
Fu così che, quando ebbi l’occasione di conoscere l’Associazione «Amici di Suor Chiara Di Mauro», fui felice di avvicinarmi a questa realtà, divenendone socia effettiva. L’Associazione nasce con un desiderio grande: far conoscere la figura, la spiritualità e le opere di questa straordinaria religiosa siracusana e accompagnare il cammino che possa condurla, secondo il discernimento della Chiesa, agli onori degli altari.
Entrare in quell’Associazione significò per me compiere un passo ulteriore. Fino a quel momento avevo percepito suor Chiara soprattutto attraverso la frequentazione della Grotta; da quel momento avrei iniziato a conoscerla attraverso la sua vita. E fu una scoperta bellissima. Già nel mio cuore mi sentivo attratta da questa monaca — la «monaca santa», così come i siracusani la chiamavano — e nel desiderio di conoscerla meglio e di farla conoscere mi fu chiaro che niente accade per caso. Riflettendo a
posteriori, penso che suor Chiara ci abbia radunati e uniti sotto uno stesso denominatore: innamorati di Cristo e delle sue creature, che come lei diventano esempio luminoso nel quale intravedere l’amore di Dio.
Ho incontrato persone splendide, a cominciare dalla presidente dell’Associazione e poi tutti gli amici e i soci che via via chiedono di farne parte. Quello che all’inizio poteva sembrare semplicemente un gruppo unito dalla devozione e dall’amore verso una figura spirituale, con il tempo diventò per me qualcosa di molto più grande: un’altra bella famiglia. Una famiglia che si ritrova nella preghiera, nella condivisione, nell’ascolto e anche nella semplice gioia di stare insieme.
Ogni incontro è un’occasione per conoscere qualcosa di più di suor Chiara. Tante sono state le attività promosse dall’Associazione, e che ancora oggi si impegna a svolgere: letture sulla sua vita, testimonianze, momenti di preghiera, rappresentazioni che ripercorrono alcuni episodi della sua esistenza e molte altre iniziative attraverso le quali quella monaca sembra diventare sempre più presente e vicina. Attraverso i racconti della sua vita si impara a comprendere che la santità non è costruita sempre su avvenimenti eccezionali, ma rivela tutta la sua bellezza nella quotidianità. La santità passa
attraverso le scelte di ogni giorno. Passa attraverso il sacrificio, la preghiera nascosta, la sofferenza accolta, l’amore verso chi nessuno vede, la capacità di farsi vicini a chi è solo e di riconoscere nel povero il volto stesso di Cristo.
Un’esperienza significativa fu per molti di noi la mostra dedicata alle reliquie di suor Chiara. Trovarci davanti a quegli oggetti concreti della sua vita fu qualcosa che mi colpì profondamente. Il suo abito, le scarpe, i guanti ancora segnati dal sangue delle stimmate, la cuffietta che portava sul capo e gli altri oggetti che le erano appartenuti sembravano raccontare, senza bisogno di molte parole, una vita consumata e vissuta interamente per Dio. Guardare quei guanti segnati dal sangue mi fece comprendere ancora di più quanto la sua esperienza spirituale fosse stata anche una strada di sofferenza. Quelle non erano semplicemente reliquie da osservare: erano segni di una storia. Una vita fatta di preghiera, di sacrificio, di amore e di totale donazione.
Davanti a quegli oggetti ho pensato a quante volte le nostre vite si fermano davanti alle difficoltà e si chiedono perché Dio permetta la sofferenza. E invece la vita di tante anime sante ci insegna che la sofferenza, quando viene vissuta nell’amore e unita a Cristo, può diventare misteriosamente feconda. Suor Chiara non è additata come modello perché ha conosciuto la
sofferenza, ma perché ha saputo attraversarla con Cristo. E forse è proprio questo uno degli aspetti che più mi hanno attratta della sua figura.
Nel frattempo, insieme alla conoscenza di suor Chiara, cresceva anche il legame con le persone dell’Associazione. Le occasioni conviviali, le uscite, i momenti trascorsi insieme dopo gli incontri di preghiera ci permettevano di conoscerci meglio. Anche una semplice tavola condivisa diventa occasione per parlare, sorridere, raccontarsi e rafforzare un’amicizia nata intorno a una persona che ha saputo lasciare una traccia così profonda da farne parlare ancora oggi. Mi sono ritrovata così, quasi senza accorgermene, dentro una nuova e speciale famiglia, come le altre che nel frattempo avevo coltivato e che mi fanno sentire amata dal buon Dio. Eh sì, perché Lui agisce così: quando intraprendi il tuo cammino spirituale, mette sulla tua strada persone speciali che rendono il nostro viaggio terreno ancora più bello e stimolante.
È una famiglia che ancora oggi si ritrova nelle diverse ricorrenze dedicate a suor Chiara, soprattutto nella mia parrocchia, dove vengono celebrate alcune date particolarmente significative della sua vita. È bello vedere come la memoria di una persona speciale possa continuare a generare comunione. E in questo cammino è
preziosa anche la presenza del nostro parroco, frate della comunità, scelto dall’Associazione come guida spirituale. La sua presenza ci aiuta a vivere questa devozione non soltanto come memoria affettuosa di una donna straordinaria, ma come un vero cammino di fede, sempre orientato a Cristo. Perché questo è il punto essenziale: suor Chiara non conduce a se stessa; la sua vita, le sue parole e le sue opere ci conducono a Gesù. Ed è proprio questo che rende autentica la testimonianza di una persona che aspira alla santità: una vita vissuta nell’umiltà, nella quale si lascia intravedere sempre Dio.
Così, conoscendo sempre più profondamente la sua storia, ho scoperto una donna innamorata del Signore e attenta alle necessità degli altri. Il suo amore per Dio si tradusse in gesti concreti verso i poveri, i bisognosi, gli emarginati, verso coloro che spesso la società tende a lasciare ai margini. Più ci avviciniamo a Dio, più dovremmo imparare a riconoscere il volto di Cristo in chi soffre, proprio come riuscì a fare suor Chiara. La sua attenzione verso i poveri e gli ultimi non fu qualcosa di aggiunto alla sua spiritualità, ma ne fu una conseguenza naturale. Chi ama davvero Gesù non può rimanere indifferente davanti alla sofferenza dei fratelli.
E così, lentamente, ho cominciato a comprendere che quella
donna, che inizialmente avevo conosciuto soltanto attraverso una Grotta, era una figura molto più grande di quanto immaginassi, anche se già ne avevo intuito qualcosa. La preghiera che avevo percepito nel silenzio di quelle pareti mi aveva spinta a cercare. La Grotta era stata soltanto una porta, che ho potuto varcare più consapevolmente con l’aiuto dell’Associazione. La Grotta mi ha fatto incontrare suor Chiara; l’Associazione mi ha fatto conoscere la sua vita. E suor Chiara, attraverso la sua testimonianza, mi ha insegnato ancora una volta che Dio può lasciare tracce nella nostra vita attraverso persone che arrivano quasi silenziosamente, senza che noi comprendiamo subito il motivo del loro ingresso nel nostro cammino.
Forse anche questo è un modo attraverso cui gli angeli di Dio lavorano nella nostra storia: non sempre con segni straordinari, ma attraverso incontri, persone e luoghi che ci conducono un po’ più vicino a Lui. E allora penso che il mio incontro con suor Chiara sia stato per me un dono: un dono iniziato nel silenzio di una Grotta e poi cresciuto attraverso una comunità di amici. Un dono diventato conoscenza, preghiera e amicizia.
E ogni volta che torno lì, davanti a quella roccia silenziosa, mi piace pensare che la preghiera di suor Chiara non sia finita. 109
Continua in chi oggi entra per recitare una preghiera, continua in chi ascolta la sua storia, in chi si prende cura dei poveri, in chi, guardando alla sua vita, trova il coraggio di offrire a Dio le prove della propria. Continua in tutti coloro che la fanno conoscere. E continua anche dentro di me, perché alcuni incontri non smettono di lavorare nel nostro cuore, e quello con suor Chiara è uno di questi.
Preghiera di suor Chiara per Siracusa, composta nell’ultimo periodo della sua vita, con la quale affida con amore la città alla Madonna.
Madonnina mia, aiutami a soffrire ancor di più. Che tutti si salvino. Che nessuno perisca. Che le mie sofferenze non vadano perdute. Benedico tutta Siracusa. Benedico il Seminario. Benedico tutti fino ai confini: o fortunata Siracusa! Mammina Celeste, o dolce Regina.
Arrivata alla fine del mio racconto, mi accorgo che la parte più difficile è stata raccontare di me. Ho sempre pensato che ciò che facciamo nel bene non abbia bisogno di essere raccontato. Ho imparato che il silenzio, spesso, è il luogo più bello in cui custodire ciò che Dio ci affida. Ho anche imparato che l’umiltà non consiste nel sentirsi piccoli e inutili, ma nel riconoscere con sincerità che tutto ciò che di buono riusciamo a compiere nasce da un dono che ci precede. E allora perché l’idea di scrivere queste righe?
Perché, forse, ci sono momenti in cui il silenzio deve lasciare spazio alla testimonianza. Non per vantarsi, non per mettersi al centro, non per dire: «Guardate ciò che ho fatto», ma per poter dire: «Guardate ciò che Dio può fare quando trova un cuore disposto a lasciarsi guidare».
Se in queste pagine ho raccontato qualcosa di me, non l’ho fatto perché penso di avere una vita speciale. Al contrario: più guardo indietro, più mi rendo conto di quante fragilità, di quanti limiti, di quante volte abbia avuto paura, dubitato, sbagliato o non compreso ciò che stava accadendo. Ed è proprio questo che rende ancora più grande la presenza di Dio, perché Dio non aspetta persone perfette: aspetta cuori disponibili.
E forse il senso di tutto il mio cammino è proprio qui: non sono stata io a trovare Dio, ma Dio ha continuato a cercare me. Mi ha cercata nei momenti di gioia e in quelli di dolore. Mi ha cercata quando ero forte e soprattutto quando mi sentivo fragile. Mi ha parlato attraverso la preghiera, l’Eucaristia, attraverso Maria, gli angeli, e anche attraverso persone che sono entrate nella mia vita lasciando una traccia indelebile. Ma mi ha parlato anche attraverso il silenzio: quel silenzio che tante volte ho interpretato come assenza e che, con il tempo, ho imparato a riconoscere come una presenza diversa, più discreta e più profonda.
Ci sono state domande alle quali non ho ricevuto subito una risposta. Ci sono state preghiere rimaste apparentemente sospese. Ci sono state sofferenze che non avrei scelto e strade che non avrei mai immaginato di percorrere. Eppure, guardando oggi il cammino nel suo insieme, mi accorgo che nulla è andato veramente perduto. Anche le lacrime hanno avuto un senso. Anche le attese, anche le cadute. Anche quelle pagine della mia vita che avrei preferito non vivere. Forse è proprio questo che significa camminare con Dio: non avere sempre tutte le risposte, ma continuare a camminare anche quando non si vede ancora la strada.
In queste pagine ho parlato degli angeli, perché essi sono stati, e
continuano a essere, una presenza importante nel mio cammino di fede. Ma alla fine di tutto gli angeli non hanno mai voluto fermare il mio sguardo su di loro: mi hanno insegnato a guardare più in alto, a guardare Dio. E questo vale per ogni esperienza che ho vissuto e raccontato, almeno in parte. Se ho parlato della preghiera, è perché la preghiera mi ha condotta a Gesù. Se ho parlato di Maria, è perché Maria mi ha sempre insegnato a guardare suo Figlio. Se ho parlato degli angeli, è perché essi sono messaggeri di Dio e ci ricordano che il Cielo è più vicino di quanto immaginiamo. Se ho parlato delle persone incontrate lungo il cammino, è perché attraverso alcune di loro Dio mi ha fatto arrivare una parola, un gesto, una carezza, una consolazione. E se ho parlato anche delle mie fragilità, è perché ho compreso che Dio non si scandalizza della nostra debolezza: sa trasformarla in un luogo di grazia.
Forse questa è la lezione più grande che porto con me. Non siamo noi gli artefici delle meraviglie che accadono nella nostra vita. Noi possiamo soltanto offrire a Dio la nostra disponibilità. Possiamo dare il nostro sì, aprendo la porta del nostro cuore. Possiamo mettere nelle sue mani quel poco che abbiamo. Poi è Lui che compie il resto. Come il ragazzo che consegna a Gesù cinque pani e due pesci (cfr. Gv 6,9), anche noi abbiamo poco da offrire; ma nelle mani di Dio quel poco può diventare molto.
Per questo, alla fine del mio racconto, sento di dover ridimensionare ogni parola che ho scritto su di me. Non voglio che chi legge queste righe guardi alla mia persona: vorrei che, attraverso queste pagine, si guardasse a Lui e solo a Lui. Vorrei che chi legge potesse comprendere che non occorre essere persone straordinarie per vivere una vita abitata da Dio. Occorre soltanto avere il coraggio di lasciarsi guidare.
Forse molte domande rimarranno senza risposta, ma possiamo imparare a fidarci. Possiamo imparare a riconoscere Dio nelle piccole cose: in una parola pronunciata al momento giusto, in una persona che arriva quando ne abbiamo bisogno, in una porta che si chiude, in una preghiera che sembra non cambiare le circostanze ma cambia lentamente il nostro cuore. E possiamo imparare a vivere con quella certezza che ha accompagnato il mio cammino fin qui: non siamo mai soli.
Oggi, guardando indietro, posso dire che tante cose che allora non comprendevo hanno trovato una collocazione. Non tutte, certo, ma mi basta così. La fede non è avere la spiegazione di ogni cosa: è continuare ad amare anche quando non abbiamo spiegazioni. È continuare a pregare quando non vediamo subito il frutto della nostra preghiera. È continuare a sperare quando tutto sembra dire il contrario, continuare a camminare quando
la nebbia avvolge il cammino. Ed è soprattutto sapere che, anche quando noi non vediamo la strada, Dio la vede.
Questo libro termina qui, ma il cammino va avanti. Ogni conclusione, con Dio, è soltanto un nuovo inizio. Continuo a camminare, con le mie fragilità, le mie tante domande, le mie speranze e anche le mie paure. Continuerò a pregare, a cercare, ad ascoltare. E continuo a credere che, dietro ciò che i nostri occhi non riescono a vedere, esista una realtà molto più grande della nostra.
Gli angeli continuano il loro servizio amorevole in silenzio, ed è forse questo il loro insegnamento più bello: servire senza cercare applausi, amare senza pretendere riconoscimenti, custodire senza apparire, condurre a Dio senza mettere se stessi al centro. È una lezione che vorrei imparare sempre di più, perché alla fine, quando tutto sarà compiuto, non conterà quanto saremo stati applauditi, quanti risultati avremo ottenuto, quante persone avranno parlato di noi. Conterà quanto amore avremo donato. Quanto bene avremo compiuto nel silenzio. Quante volte avremo saputo tendere la mano. Quante volte avremo scelto di perdonare. Quante volte, cadendo, avremo lasciato che fosse Dio ad agire nella nostra vita.
Per questo, se qualcuno mi chiedesse quale sia il messaggio che vorrei lasciare dopo queste pagine, risponderei semplicemente: non abbiate paura di Dio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Non abbiate paura di camminare anche quando non vedrete la strada. E quando nella nostra vita incontreremo qualcosa che non riusciremo a spiegare, non abbiamo fretta di chiamarlo caso: fermiamoci a pregare e ad ascoltare. Forse, nel silenzio, scopriremo che qualcuno ci sta accompagnando.
Io non so se queste pagine sapranno raccontare bene tutto ciò che ho vissuto, o almeno una parte della mia vita. So soltanto che scriverle mi ha indotta a fermarmi, a guardare indietro e a riconoscere una verità che forse prima non riuscivo a vedere con altrettanta chiarezza: non sono arrivata fin qui da sola.
E allora, alla fine di questo libro, non posso fare altro che restituire a Dio tutto ciò che è partito da Lui: le parole che ho scritto, le esperienze che ho vissuto, le persone che ho incontrato, le lacrime che ho versato, le gioie che ho ricevuto, le cadute dalle quali mi sono rialzata e persino le domande alle quali non ho ancora trovato risposta. Tutto, proprio tutto, appartiene a Lui. E se qualcosa di buono è nato attraverso di me, so che non è stato merito mio: io ho soltanto messo nelle sue mani il poco che avevo, e il resto lo ha fatto interamente Lui.
Ed è forse questa la conclusione più vera di tutto il cammino: quando lasciamo spazio a Dio, la nostra piccola storia può diventare parte di una storia infinitamente più grande. Una storia che non finisce nell’ultima pagina di un libro. Una storia che continua nel cuore di chi crede, di chi spera e di chi cerca. E, soprattutto, nel cuore di Dio.
«Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 16,11)